[A] Dall'Agorà di ClubDante

Santiago Gamboa
Colombia

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Viaggio nei Caraibi di García Márquez


17/08/2012

La strada che va dal Mar dei Caraibi ad Aracataca è una striscia pianeggiante con lievi ondulazioni. Alle spalle restano le mangrovie di Ciénaga Grande, uno dei luoghi più caldi della zona, con i suoi pescatori di pauri e spigole, le loro case su pali di legno e le palafitte dei paesi della laguna, dove la vita sembra essere qualcosa per cui lottare in pieno sole, tra il sale del mare e la rudezza del paesaggio.

Aracataca

Ho percorso questa strada per la prima e l'unica volta 35 anni fa, quando la Colombia era un Paese molto diverso. Ancora non leggevo García Márquez, però lo conoscevo grazie ai miei genitori, che lo citavano in continuazione, dato che era già lo scrittore colombiano più celebre e, stando a quanto dicevano, il migliore. Per noi, nati a Bogotà, dall'altezza della cordigliera e a 1400 chilometri dal mare, il mondo della costa atlantica era qualcosa di molto esotico, pieno di sorprese, sapori e odori sconosciuti, e quell'universo che vedevamo dai finestrini dell'auto era ciò che i miei genitori già conoscevano dai libri di García Márquez. Quando finalmente lo lessi, a metà degli anni Settanta, compresi la magia e la forza di quella regione, e soprattutto compresi la forza e il talento di chi ha saputo raccontarla e trasformarla in un territorio letterario. Quelle letture mi fecero desiderare di diventare uno scrittore, cosa che in quegli anni era una vera e propria utopia, perché il mondo da cui provenivo mi sembrava grigio, sprovvisto della lucentezza della costa caraibica.

Oggi che ripercorro questo stesso tragitto, García Márquez compie 85 anni ed è una delle glorie della letteratura universale. Io, bene o male, sono diventato uno scrittore, e la sorpresa e la meraviglia di questa regione rimangono intatte. È ciò che vedo dai finestrini dell'auto in questo pomeriggio assai caldo di quest’anno che sembra il futuro, una data a cui nessuno di noi, nati negli anni Sessanta, credeva si sarebbe potuto arrivare. Però questo Paese non è più lo stesso e adesso la strada è militarizzata. Ai suoi lati, ogni due o tre chilometri, appaiono giovani soldati con armi imponenti e camionette d'assalto. I cartelloni con l'emblema del Paese dicono: “Viaggio sicuro. Il vostro esercito è sulle strade”. Una lieve scossa d'inquietudine mi assale vedendo gli enormi fucili e guardo alla mia sinistra le cime della Sierra Nevada de Santa Marta. Lassù ci sono gli indios arhuacos e i koguis, ma anche i guerriglieri dell'ELN e delle FARC. Fino a poco tempo fa scendevano dai monti avvolti dalle nubi e montavano dei blocchi sulla strada. L'operazione si chiamava “pesca miracolosa” e ogni volta si portavano vari sequestrati negli accampamenti in alta montagna.
Poi sono arrivati i paramilitari, che hanno messo un freno alla guerriglia, ma hanno perpetrato massacri tra la popolazione, con la loro particolare idea di “pulizia sociale”, e allora i bordi delle strade si sono riempiti dei cadaveri di uomini e donne accusati di essere complici della guerriglia, comunisti, sindacalisti, gente di sinistra. Anche dei cadaveri di ladruncoli e drogati.

Qui non c'era niente di tutto questo quando García Márquez era un giovane aspirante scrittore, all'incirca nel decennio del 1940. La violenza in quegli anni era diversa. I grandi massacri delle guerre civili erano alle spalle, però si poteva ancora morire per essere liberale o conservatore, e per questo nei suoi libri García Márquez parla di cadaveri che, galleggiando, scendevano lungo il fiume. Fa molto caldo. I pochi fiumi che attraversiamo con Alberto – l'autista che mi accompagna – non sembrano essere molto profondi. Si vede povertà, ma è quella povertà pulita della campagna.

La vecchia zona Bananera appare ai due lati della strada, riempendo di verde l'orizzonte. Nonostante le coltivazioni siano estese, la banana non è più il prodotto principale della regione, ma ciò non impedisce che tutti ricordino il famoso “massacro delle bananeras”, quando nel 1928 l'esercito colombiano sparò su tremila scioperanti per proteggere gli interessi della United Fruit Company, una delle compagnie americane per cui, negli USA, chiamavano la Colombia con disprezzo “Repubblica delle banane”. La United Fruit Company ha cambiato nome e ora si chiama Chiquita Brands Company. Sebbene si sia ritirata dalla Colombia nel 2004, la giustizia degli Stati Uniti e della Colombia la tengono sotto tiro per aver finanziato i gruppi paramilitari della regione, e per un caso ancora non risolto, in cui a quanto pare, Chiquita Brands avrebbe trasportato in una delle sue navi tremila fucili d'assalto AK-47 e cinque milioni di proiettili per i “paras”.

Oggi la coltivazione principale della regione è la palma da olio. È il nuovo prodotto da esportazione e per questo il paesaggio è cambiato. Al posto delle foglie rettangolari e verdi del banano si vedono i tronchi spigati delle palme e le loro foglie verde scuro aperte in ellissi.

Via via che ci allontaniamo della costa, il caldo aumenta, dato che non arriva più la brezza marina.

«I lavoratori del settore agrario», mi dice Alberto, «vanno nei campi alle tre del mattino e lavorano fino alle dieci. Poi è impossibile stare in mezzo all'erbaccia con un machete».

Lo capisco. Le case di legno e con i tetti di zinco che si vedono ai lati della strada hanno le porte e le finestre aperte. Gli uomini si siedono davanti alle loro case, sulle sedie a dondolo, e giocano a domino, ascoltano la radio o bevono birra. Sopra i 35 gradi, il tempo sembra molto lento.
Più avanti arriviamo al bivio che porta ad Aracataca e Alberto ferma l'auto vicino a un gruppo di uomini in motocicletta. Si dirige verso di loro per chiedere se la strada è quella giusta. «Sì», dice uno di loro, avvicinandosi alla nostra auto e guardando dentro, con fare malizioso.
Poi Alberto mi spiega che sono degli informatori dei “paras”, perché, sebbene ufficialmente non siano più nella zona, continuano ad averne il controllo.

Superato l'incrocio, la strada si trasforma in un ampio viale di ingresso al paese, arso dal calore ma con alberi da ombra ai lati. L'albero matarratón è il più comune, a causa dei suoi lunghi rami. Si vedono case di cemento con grandi terrazze, dipinte con colori vivaci. Rosso, azzurro, giallo. Si ascolta musica vallenata e si vedono bambini in bicicletta, senza scarpe e senza maglietta. Adesso, entrando in paese, vedo due donne con un ombrello che le protegge dal sole. La strada si chiama Calle de los Turcos per i suoi negozi, e ha dei mandorli che fanno un poco d'ombra. Nelle botteghe le merci sono appese alle porte, come nei bazar arabi, e hanno nomi appariscenti come Il regalo o Il miracolo. Proseguiamo fino alla piazza principale e lì ci fermiamo, davanti a una vecchia casa con i tetti di zinco. La piazza principale di Aracataca ha due mandorli e un ficus. I bambini giocano a pallone e la gente è seduta nei negozi che la circondano. È mezzogiorno, l'ora più calda. Dal centro della piazza vedo arrivare una vecchietta con un ombrello e mi dico: «Potrebbe essere Úrsula Iguarán». Nel negozio sull'angolo inizio a scorgere i primi riferimenti al mondo di García Márquez: un mural in cui si vede una casa fustigata da una tempesta furiosa, che ha come titolo Tormenta a Macondo. Poi un autobus appare all'angolo della piazza e si ferma. Diverse persone scendono con delle valigie. Sulla porta del veicolo c'è scritto “Linea Nobel”. Certo, Aracataca è la città del Nobel. Chiedo al proprietario del negozio di bibite se conosce García Márquez e mi dice di no, «lui, non viene mai da queste parti», aggiunge.
Al comune conosco Rafael Darío Jiménez, poeta di Aracataca di origine guajira e direttore della Fundación Casa Museo de Gabriel García Márquez. Con lui usciamo di nuovo al sole omicida del mezzogiorno e percorriamo qualche isolato, fino all'avenida Monseñor Espejo e all'angolo con la calle Nariño. Lì, sul lato sinistro, c'è la casa.
Secondo quel che racconta García Márquez nelle sue memorie, la scintilla della sua opera letteraria si accese quando accompagnò sua madre a vendere questa casa. La famiglia viveva già a Barranquilla e per il giovane Gabriel, che era stato allevato dai nonni, rivedere quei muri, il tetto di zinco e il giardino con un gigantesco ficus, era come entrare in un territorio nebbioso che poteva essere recuperato solo attraverso la scrittura. Ed è stato quello che ha fatto. Oggi la casa ha sulla facciata una riproduzione del momento in cui re Gustavo di Svezia consegna a Gabo il premio Nobel. Sulla terrazza c'è anche una gigantesca farfalla gialla, in onore a Mauricio Babilonia.

Il Progetto della Fundación Casa Museo è abbastanza recente (è stata inaugurata nel 2010) e riproduce 14 ambienti della casa basandosi sulle memorie di García Márquez. Nel salone ci sono diversi tavoli con vecchie fotografie di famiglia, un paio di vecchie edizioni di Cent'anni di solitudine e un albero genealogico. Nella stanza accanto, che deve corrispondere alla sala da pranzo, Rafael ha esposto i ritagli di giornali che ha conservato per anni in una valigia. In essi si vedono immagini di García Márquez e degli scrittori della sua generazione. In fondo c'è il giardino e una seconda costruzione di legno, con le stanze da letto e il celebre ficus, l'albero da ombra per antonomasia, accompagnato da qualche castagno. Nel giardino c'è anche la baracca dove dormiva la servitù, che ai tempi di Gabo era una famiglia di indigeni waywu, proveniente da La Guajira. Secondo Rafael, l'ispiratrice di Remedios La Bella era la figlia più piccola di quella famiglia. Per il resto, la casa è vuota ed è necessario popolarla con l'immaginazione. Provare, osservando quelle nude pareti, ad ascoltare gli antichi echi, il baccano di una famiglia o di una stirpe che fu condannata a cent'anni di solitudine, e che però ebbe, grazie alla letteratura, una seconda opportunità sulla Terra.

«Gabriel è mai tornato in questa casa?», domando, e mi dicono di no. Se n'è andato quando aveva otto anni e non è mai più tornato. Dicono che nel 1983, l'ultima volta che visitò Aracataca, non fu capace di entrare. Però si è sparsa la voce che di notte, quando la gente dorme, una BMW con i finestrini oscurati irrompe nel paese ed entra in una delle grandi case, con portoni e muri elevati, e poi iniziano rumori da festa, che durano fino all'alba. Si dice che, protetto dalla notte, un gruppo di persone ripercorre le strade di Aracataca, e poi, prima dell'alba, la BMW va via. La gente dice che è García Márquez, che viene di notte per non farsi vedere da nessuno.

Mentre ci allontaniamo dalla casa natale di GGM la terra inizia a tremare e vedo che la trepidazione fa muovere i pali della luce. Cos'è?

«È il treno», mi dice Rafalel. «Passa dalle due alle tre volte al giorno, porta il carbone da La Jagua de Ibirico, nel Cesar, fino al porto di Costa Verde, a Ciénaga». Un convoglio di 120 vagoni che fa tremare la terra, e già ci sono vecchi con problemi nervosi e allergie respiratori per le esalazioni. È l'impresa statunitense Drummond a sfruttare il carbone. Vogliono fare un secondo binario parallelo e mettere delle reti di protezione, dividendo il paese in due.
Al tramonto il paese ricomincia ad animarsi. Il caldo se n'è andato e la gente esce in strada. Però, nonostante l'aria cosmopolita che gli danno le sue diverse zone (il quartiere Italiano, il quartiere Spagnolo, il quartiere Turco), Aracataca è un paese piccolo e un po' triste, e abbastanza impoverito, per quel che mi dicono, dalla crisi generale. Questa è l'immagine che ci lasciamo dietro, quando ritorniamo sulla strada. Case di cemento, bambini senza magliette, donne invecchiate precocemente.

Barranquilla

Dopo un'ora e mezza di viaggio sulla strada della Ciénaga Grande, piena di odore di sale e di pesce in decomposizione, attraversiamo il ponte Laureano Gómez sul fiume Magdalena ed entriamo nella città di Barranquilla, una delle “perle dei Caraibi”. Però la prima immagine, vedendo la sporcizia delle strade e la povertà, è piuttosto quella di una piaga, una ferita aperta sulla pelle che non si risana. A uno dei primi semafori, un giovane si avvicina al finestrino e chiede una moneta. Alberto gliela dà e gli dice: «Vediamo quando la smetti con questa roba, cazzo, sei troppo magro». Il ragazzo gli risponde: «Sto smettendo, a poco a poco». Alberto mi racconta che il giovane ha dipendenza da basuco o crack, degli avanzi della cocaina che si fumano. Lo conosce da diversi anni e l'ha aiutato a disintossicarsi, però è molto difficile. «Qui il problema è la disoccupazione», mi dice. «Se la gente avesse qualcosa da fare non si caccerebbe in cose così strane».

A mano a mano che proseguiamo verso il centro, le strade con buchi delle dimensioni di crateri vulcanici - stracolmi di spazzatura e polvere - scompaiono, e vedo quartieri residenziali più curati, viali moderni, centri commerciali e negozi di lusso.

García Márquez ha vissuto in diverse occasioni a Barranquilla. La prima è stata a metà degli anni '30, nel Barrio Abajo, che descrive così nelle sue memorie: «Uno scenario gotico dipinto di biscotti gialli e rossi, e con due minareti da guerra». Già in quegli anni il quartiere era «degradato e allegro»; oggi non è per nulla cambiato, perché tutto quel che c'è è una modesta costruzione di un piano di fronte a un giardino rettangolare, nella calle Murillo, un'arteria infestata da camion e autobus che rendono l'aria irrespirabile, un'immagine molto frequente nella Barranquilla di oggi, città di un antico splendore decaduto. In un angolo di questa casa c'è il negozio Tokio, dove Gabo beveva birra e dove, a quanto si dice, scrisse per il proprietario un cartello che diceva «Oggi non si fa credito. Domani sì».
García Márquez tornò a vivere qui nel 1949, quando era ormai un giovane letterato in erba e un giornalista esperto. Ottenne un lavoro da cronista al giornale El Heraldo e iniziò in queste stesse strade la sua grande avventura di scrittore, che passerà per dei luoghi oggi mitici, come la libreria Mundo, il bar Japi, il caffè Roma, la libreria Cervantes, il bordello, l'hotel El Rascacielos e, ovviamente, il palazzo del giornale El Heraldo, che in quegli anni era in calle Real, circondato da venditori che stendevano le loro merci per terra, carretti di gelati e bibite, bar e pensioni da bassofondo. Oggi El Heraldo ha cambiato sede e il suo imponente edificio, con moderne sale di redazione e l'aria condizionata, non ricorda la sua modesta origine. Secondo quel che mi racconta lo scrittore e giornalista Heriberto Fiorillo, con cui visito il giornale, è stata conservata per anni la vecchia macchina da scrivere Underwood, proprietà di Alfonso Fuenmayor, con cui García Márquez scrisse La casa, il magma iniziale da cui usciranno Foglie morte e Cent'anni di solitudine.

«Quando un redattore non trovava l'ispirazione per un articolo, lo facevano sedere davanti alla Underwood che ha usato Gabo», dice Heriberto. «E funzionava. Però oggi non si trova più qui. Se la sono portata al Museo Romántico, insieme ad alcune lettere di Simón Bolívar e ad altri ricordi della città».
Dall'edificio del giornale vedo la Barranquilla di oggi e cerco di immaginare la città splendida degli anni Cinquanta, arricchitasi grazie alla costruzione della ferrovia di Bolívar, il molo di Puerto Colombia e la navigazione fluviale sul fiume Magdalena. Come altre città d'America, Barranquilla è stata una città di immigrati con i quartieri italiano, spagnolo, cinese, zone di influenza sirio-libanese ed ebrea. Aveva un'orchestra filarmonica e una compagnia operistica locale, grandi librerie, riviste culturali, cinema e caffè. Per questo qui si sviluppò uno dei movimenti culturali più importanti dei Caraibi, il cosiddettoo Grupo de Barranquilla. Ne fecero parte parte gli scrittori Gabriel García Márquez e Álvaro Cepeda Samudio, la poetessa Maira Delmar, i pittori Orlando Rivera, alias Figurita, Alejandro Obregón, Cecilia Porras e occasionalmente Enrique Grau, gli intellettuali Ramón Vinyes (chiamato “il saggio catalano” in Cent'anni di solitudine), José Félix e Alfonso Fuenmayor che erano anche giornalisti, Germán Vargas, e altri ancora che andavano e venivano. La maggior parte dei luoghi mitici del gruppo è scomparsa, come la libreria Mundo, nel Callejón del Progreso e che è oggi la sede di una banca, o il café Colombia, anche questo in San Blas, però la buona notizia è che uno dei più belli e leggendari, La Cueva, è resuscitato.
La Cueva oggi è nello stesso luogo di allora: l'angolo tra calle Victoria e la Veinte de Julio, nel quartiere Boston. La sua insegna luminosa, un uomo che spara a un uccello con un fucile, ricorda quella degli anni Cinquanta, e di fatto La Cueva era un bar per cacciatori e intellettuali, le due grandi passioni del suo proprietario Eduardo Vilá. Per ridare vita a questo bel posto è stato necessario creare una fondazione culturale, però ci sono voluti soprattutto l'enorme affetto e la decisione di Heriberto Fiorillo, che si è sempre rammaricato di avere avuto soltanto cinque anni quando La Cueva del mito era aperta, alla metà degli anni Cinquanta, e da qui la sua meravigliosa ossessione per farla rinascere. Fiorillo ha recuperato il posto e, con il finanziamento di imprese amiche della cultura, nel 2006 ha potuto riaprirlo come bar, ristorante e caffè.

Di fronte alla vetrina, su una parete bianca, c'è una riproduzione panoramica di una foto in bianco e nero che mostra la maggior parte dei componenti del Grupo de Baranquilla; c'è pure García Márquez, un ragazzo magrissimo con una sigaretta che gli pende dalla bocca. Accanto all'ingresso c'è un baule il cui tesoro è un blocco di ghiaccio. Il ghiaccio che il colonnello José Arcadio Buendía avrebbe ricordato, molti anni dopo, davanti al plotone d'esecuzione.

La Cueva ha ricordi di tutti i membri del gruppo. C'è la macchina da scrivere con cui scrisse Cepeda Samudio, il frigorifero di José Félix Fuenmayor pieno di libri, e una riproduzione di una cavalletta ammaestrata che il pittore Alejandro Obregón un giorno ingoiò, con gran dolore del suo padrone.
Andando verso il fiume si arriva al barrio Flores e ai suoi ristoranti, dove il piatto migliore è il pauro fritto e dove si preannuncia “aria condizionata” grazia alla forte brezza che arriva dal mare. Passeggiando in mezzo alla calura e alla fortissima lucentezza del sole, si vedono sorgere in lontananza il Canale della diga della palude di Totumo e Laraco, con le sue mangrovie terrificanti simili a un paesaggio lunare, e più avanti il molo storico di Puerto Colombia, il primo porto del Paese, che oggi è prossimo alla morte, senza illuminazione e con molte delle sue parti inghiottite dal mare. Da lì si vede uno dei paesaggi più imponenti della regione: la foce del fiume Magdalena che si riversa nell'oceano per mezzo de las Bocas de Ceniza, un enorme acquitrino che si fa strada tra la palude.

Il fiume, nella sua parte finale, è ancora molto vivo, anche se i 540 chilometri del Magdalena non sono più quelli dell'epoca de L'amore ai tempi del colera, scenario della navigazione fluviale a vapore. Ci sono barche che vanno e vengono portando passeggeri per tragitti più corti, pacchi di verdure e approvvigionamenti per la durissima vita degli abitanti della laguna, che vivono molto all'interno. Si vedono decine di canoe di pescatori e altre per il trasporto della benzina, o perlomeno questo è ciò che sembra vedendole cariche di enormi bidoni.

A Bocas de Ceniza, dove la diga finisce, c'è un paesino di pescatori accanto a un binario arrugginito sul quale transitano due treni rudimentali mossi da pompe a motore e uno più moderno che porta i turisti alla foce del Magdalena. Questi uomini si mantengono con la pesca e dormono in case costruite artigianalmente con plastica, legna e i pilastri delle vecchie strutture di ferro in disuso. Luis Carlos Suárez è uno dei giovani di questo paesino in mezzo al nulla.

«Qui viviamo alla grande», mi dice. «Nessuno ci dà fastidio e non paghiamo i servizi. Si pesca, però si gioca anche a domino, si chiacchiera e si beve rum».

Pescano a mare, e come dice Suárez «nel fiume è molto dura, c’è molto inquinamento». Le loro prede sono il pauro, la triglia, la cernia, l'alosa, il sugarello o il cefalo. Vivono alla giornata di ciò che il mare gli dà.

Tornando all'interno della città, la zona più tradizionale e di antico splendore è il Viejo Prado, un quartiere con residenze repubblicane, musei e teatri, e che oggi è monumento nazionale. C'è il teatro Amira de la Rosa, una sorta di tempio, il Museo Romántico, dove c'è la Underwood usata da Gabo, e l'hotel Del Prado, una residenza costruita nel 1928 con la reputazione di essere il primo hotel dell'America Latina. Però la cosa più importante è la casa di Álvaro Cepeda Samudio, una sontuosa residenza di due piani, con otto colonne ioniche sulla facciata e un boscoso e verde giardino che mi fa pensare a qualcosa di ovvio, ovvero che nel Grupo de Barranquilla il più povero era senza dubbio Gabo.

Vedendo tutto ciò, mi chiedo da dove abbia tirato fuori la forza per arrivare così lontano con il suo talento. Sembra incredibile che quel giovane quasi irrilevante, che batteva le strade di Barranquilla negli anni Cinquanta senza un soldo in tasca, fosse lo stesso García Márquez di oggi. Ho avuto l'opportunità di avvicinarmi un poco alla sua vita e ho visto, ad esempio, come il telefono di casa sua non smetta di suonare. Presidenti, ministri, scrittori famosi, attori del cinema, registi. Una volta rimase rinchiuso con papa Giovanni Paolo II in una stanza della biblioteca del Vaticano. Ho visto una foto in cui è con Robert De Niro, Martin Scorsese e Mohammed Alì in una cena a Roma. È invitato a tutti gli appuntamenti più importanti. Quando Air France inaugurò l'aereo Concorde lo invitarono per il primo volo, tra Parigi e New York. Quando arrivò disse a un amico: «È come un Dc 10, però a tutto a palla». Il ragazzo che andò via da questa città aveva poche armi, quasi nessuna, a eccezione del suo talento e della sua forza creatrice.

Una volta lo disse: «Io ogni notte spingo l'auto un po' più in là, senza sapere dove arriverò». Che lezione per tanti scrittori di oggi, che vedono nella scrittura un mezzo per diventare celebri, ricchi e famosi. Per García Márquez la scrittura non è un mezzo, ma un fine. Questa è la sua lezione più grande.

Cartagena


García Márquez arrivò a Cartagena nel maggio del 1948. Veniva da Bogotà, molto entusiasta di ritornare dal freddo dell'altipiano alla sua cultura caraibica e con un posto da redattore ne El Universal, il quotidiano da poco fondato da Clemente Manuel Zabala, il quale desiderava dare una scossa alla stampa tradizionale e rafforzare la cronaca come genere giornalistico. Il giovane Gabriel, che aveva già pubblicato cronache e racconti sul giornale El Espectador di Bogotà, trovò lì uno spazio per sviluppare le sue qualità stilistiche. A Cartagena trovò anche un paio di amici bohémien e letterati che l'avrebbero accompagnato nelle bevute notturne: Gustavo Ibarra Merlano e lo scrittore Héctor Rojas Herazo, entrambi giornalisti de El Universal.

Gli spazi di queste scorribande a Cartagena furono la città coloniale delle mura, dove viveva Gabo: la piazza di Santo Domingo, il parco Bolívar, il Portal de los Escribanos – di cui parla in L'amore ai tempi del colera – il molo de los Pegasos, le antiche cantine coloniali del porto, la Bahía de las Animas, la piazza e la zona più moderna di Bocagrande, luoghi da marinai e gente umile, come egli stesso ci racconta nelle sue memorie, Vivere per raccontarla.
Certo, qualcosa di molto diverso dalla Cartagena di oggi, la città più turistica del Paese, l'unica che abbia realmente un turismo internazionale consolidato, che ha comportato un selvaggio incremento dei prezzi degli alloggi. Le vecchie case coloniali della città tra le mura, che solo fino a vent'anni fa cadevano a pezzi decrepite ed erano vendute al prezzo dei terreni, oggi si negoziano a tremila e cinquecento euro al metro quadrato, fatto che ha presupposto un cambio del paesaggio umano. Molti dei vecchi abitanti della zona delle mura se ne sono andati e al loro posto ci sono stranieri danarosi e soprattutto l'oligarchia del Paese, trasformando Cartagena nell'epicentro del jet-set nazionale. Politici, uomini d'affari, celebri artisti, regine dei concorsi di bellezza e magnati del mondo della stampa sgomitano in questo scenario coloniale, uno dei più belli della Colombia, avendo a loro disposizione eleganti ristoranti di pesce e bar molto simili alla Costa Azzurra o alla Costa Brava spagnola.
In questo incantevole palcoscenico c'è la residenza attuale di García Márquez, un angolo privilegiato, accanto al lussuoso e coloniale hotel Santa Clara e di fronte alle mura, le palme e il mare. Dall'esterno, e per ovvi motivi, si vede soltanto un muro altissimo che protegge l'intimità della casa, che è stata costruita da Rogelio Salmona, l'architetto più famoso della Colombia. Anni fa mi raccontarono questo aneddoto. Quando Salmona cercava dei terreni a Cartagena per costruire la casa di Gabo, la notizia si venne a sapere e i prezzi aumentarono. Così Salmona dovette agire con molto tatto. Un giorno trovò una vecchia tipografia che era sul punto di chiudere e che aveva un terreno adatto per il progetto. Salmona andò a parlare con il tipografo e proprietario della casa, un anziano cieco, e gli chiese il prezzo. Il vecchio, con un sigaro in bocca, gli diede una cifra. La richiesta era ragionevole così che Salmona chiamò Gabo e gli disse di venire a vedere il posto. Ritornarono due giorni dopo e, prima di entrare, Salmona gli disse: «Non parlare, se ti riconosce come García Márquez sicuramente alza il prezzo». Entrarono e a Gabo il posto piacque. Poi andarono nell'ufficio dell'anziano ed entrando García Márquez disse soltanto «buongiorno». L'anziano sollevò le orbite vuote degli occhi e disse: «Lei è García Márquez». Salmona e Gabo fecero una faccia da tragedia e pensarono che avrebbe alzato il prezzo, però, con loro sorpresa, il vecchio chiese una cifra inferiore a quella per cui si erano accordati. Salmona gli chiese perché aveva cambiato il prezzo e l'anziano rispose: «È che io ho fatto molte stampe pirata di García Márquez in questa tipografia ed è giusto ricompensarlo». Tempo dopo chiesi a García Márquez se la storia fosse vera, e lui, ridendo, senza confermare né smentire, mi disse: «È molto buona, deve essere vera perché è molto buona».

 

 

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