[A] Dall'Agorà di ClubDante

Bruno Arpaia
Italia

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Un sorriso in fondo alla miniera


29/08/2012

Da ormai tre mesi i minatori asturiani protestano contro i tagli decisi dal governo spagnolo a questo settore dell'economia, ricevendo l'appoggio di gran parte della popolazione spagnola. Ora anche i minatori sardi protestano in difesa del loro lavoro. Ma cosa significa essere un minatore? Cosa significa lavorare nelle profondità della terra? Questo reportage ce lo racconta.

Dopo, hai voglia ad accanirti nella doccia col sapone: non se ne andrà, quel filo nero intorno agli occhi, civettuolo come un tocco di rimmel. Dopo, ancora per due o tre giorni, minuscole scaglie nere continueranno a uscirti dal naso e dalle congiuntive, ti rasperanno in gola condannandoti a una tosse dura e lacrimosa. Scendere giù, a cinquecento metri sotto il livello del suolo, in un viaggio al termine della notte eterna della miniera, è come immergersi nel fiume carsico del tempo, in un anfratto del XIX secolo che si insinua fino alle soglie del XXI. Sopra le nostre teste, in superficie, c’è la Spagna, ci sono le Asturie, verdissime e austere, ci sono le valli del Nalón e del Caudal, i paesini grigi e ordinati di Langreo, Mieres, Aller, Laviana, San Martín del Rey Aurelio, quartieri zeppi di prepensionati e con una disoccupazione giovanile che sfiora il 50 per cento. Sopra, ci sono fabbriche e centrali termiche, ci sono pozzi a destra e a sinistra della strada: molti sono già chiusi, solo un paio quelli ancora in attività. Sotto, ci sono chilometri e chilometri di gallerie che li collegano fra loro. Sopra, accanto a ogni miniera, staziona minacciosa una caserma della Guardia Civil. Sempre. Perché nel 1917, nel ’34, nel ’36, e poi ancora nel ’58, nel ’62, nel ’67, i minatori asturiani hanno affacciato la testa alla luce del sole per scatenare rivoluzioni, scioperi, proteste che hanno riscaldato la fredda notte della guerra civile e del franchismo.

Erano 40mila solo quindici anni fa, oggi sono ridotti a poche centinaia. Spariranno, forse. Perché è duro essere competitivi col carbone sudafricano, che arriva nel porto del Musel, a Gijón, a un prezzo di 20 euro la tonnellata, mentre quello che si produce qui ne costa quasi 150. Prima dell’inizio dello sfruttamento del carbone, queste valli erano quasi spopolate, poi attorno alle miniere sono cresciute le città, le industrie e i commerci. Oggi, nonostante i piani di riconversione e gli aiuti alle piccole e medie imprese, l’economia della zona non può reggere questi livelli di popolazione. La gente delle valli del Caudal e del Nalón sta emigrando per trovare lavoro a Gijón, sulla costa, o a Oviedo, la capitale.

Ma andare via dalle Cuencas non è facile; non è facile abbandonare il proprio mondo, per quanto sia terribile e pericoloso, scuro come la notte, la notte della miniera, calda e umida, quella che ti ritrovi appiccicata in faccia appena metti piede nella jaula, nella gabbia che porta giù veloce, quasi in picchiata, gemendo e sfiorando le pareti del pozzo. Siamo in nove, stretti come sigarette in un pacchetto pieno, con le pance e i caschi che si toccano, mentre il sole è subito un ricordo, una nostalgia.

Prima di chiudere la gabbia, abbassando i suoi occhi azzurri da celta e toccandosi leggermente la barba bionda, Amador Fernández ha detto: «Scusatemi se non scendo con voi. È che se posso evitarlo…». Amador porta il nome di uno dei più noti combattenti della rivoluzione del ’34 e della guerra civile. Suo padre, minatore anche lui, volle imporglielo a tutti i costi, sotto lo sguardo severo del funzionario franchista dell’anagrafe. E Amador non ha potuto far altro che seguire il destino del padre: giù nel pozzo, picador per otto anni, prima di fare carriera, di diventare impiegato.

Quando la gabbia si ferma, siamo a trecentoquaranta metri di profondità, all’ottavo livello del pozzo María Luisa, forse il più famoso delle Cuencas. Da qui sono uscite tonnellate e tonnellate di carbone, centinaia di morti e una canzone nata nel 1949 e poi diventata celebre: “Traigo la camisa roja/ de la sangre de un compañero/ Mirad como vengo yo”. Mi risuona in testa, lugubre, mentre camminiamo in fila indiana, guidati dall’inge­gnere capo e da due capataces, seguendo una galleria larga tre o quattro metri. È così che te la immagini, la miniera, con i binari e i vagoncini dei sette nani, anche se ogni tanto fa impressione vedere come il tunnel si restringe, si fa più angusto, come milioni di tonnellate di terra spingano e pieghino los cuadros, le impalcature che reggono il soffitto. Per un centinaio di metri, c’è ancora qualche luce, poi, dopo due porte stagne che servono a incanalare l’aria, più nulla. Solo le lampade dei nostri caschi frugano nel vento umido e viscoso del sistema di aereazione che ricopre la faccia come un velo, pizzica la gola e appesantisce le gambe. La miniera deve avere annusato che siamo estranei, perché ci soffia nelle orecchie incubi grevi. Quando resto in coda al gruppo e mi volto indietro per un attimo, penso che se mi perdessi, se restassi senza luce, non riuscirei a vedere nemmeno le mie mani. Questo buio è un’oscurità densa, senza sfumature, senza scampo.

Alvar, uno dei capataces, sorride. «Sì. È qualcosa del genere. L’anno scorso, più o meno in questo punto, è venuta giù la galleria. C’erano solo rumore, buio e polvere. Prima di riuscire a raggiungere la gabbia, abbiamo camminato uno dietro l’altro per più di due ore, come ciechi, con un piede che cercava di tastare sempre i binari e quasi senza respirare».

Ma la morte, qua sotto, non è sempre così rumorosa. Più spesso è infida e silenziosa, sa di mele marce, ha l’odore del grisù. A volte ha la forma di un costeru, uno spuntone di roccia che ti crolla in testa all’improvviso. Oppure è un piede in fallo che ti fa precipitare. «Le misure di sicurezza sono enormi, tutte computerizzate», ha detto Amador prima che scendessimo, «ma gli errori umani, quelli, sono quasi inevitabili. Lo sai cosa dicono i dirigenti? “Ogni 300mila tonnellate di carbone, un morto”. Là sotto basta un niente…»

“Là sotto”, avanziamo in uno scenario da Blade Runner, con gli stivali che affondano nel fango di enormi pozzanghere e la faccia bagnata, inciampando tra assi abbandonate, binari, pietre di ogni dimensione. Cinquecento metri dopo, un rumore assordante ci fa sussultare. «Niente paura», ci conforta Alvar. Sono gli enormi martelli pneumatici dei barrenistas, i minatori addetti a scavare le gallerie. Più tardi, arriveranno gli artiglieri e metteranno la dinamite nei buchi che i due barrenistas stanno preparando. Aggrappati ai loro trapani, vibrano come foglie nella tempesta, a pochi centimetri da un tuono che sembra non avere fine. Mezz’ora, tre quarti d’ora: di più, non credo che resisterei al loro posto. Mi tappo le orecchie con le dita e mi guardo intorno: ma dov’è il carbone? Coto, l’ingegnere capo, traccia veloci segni col gesso sulla fiancata di un vagoncino.

«È nelle ramplas, adesso ci arriviamo», grida per farsi sentire in mezzo a quel baccano.

Ci vuole un altro chilometro di acqua e gallerie, di binari e assi, prima di fermarci davanti a un buco largo un metro scarso che si apre sulla destra del tunnel. Eccola, la rampla: una tana di talpa che scende di traverso, a capofitto tra una galleria e l’altra, e arriva centoventi metri più in fondo, al nono livello della miniera. Sembra incredibile, ma è li che dobbiamo entrare. Ci infiliamo in una fenditura alta un’ottantina di centimetri, 57 gradi di pendenza media, quasi distesi, scivolando su una lastra di ardesia, cercando disperatamente appoggio alle mampostas, le impalcature di eucalipto che reggono il soffitto, mentre l’adrenali­na ti schizza via dagli occhi e scende fino alle gambe, brivido brivido, a lente ondate. Bisogna evitare di mettere un piede nella chapa, il condotto che porta giù il carbone e le scorie, se non ci si vuole ritrovare a pezzi in un vagoncino a quattrocento metri di profondità. Per questo procediamo di traverso, lentamente, con le ginocchia in bocca e i muscoli tesi per lo sforzo, provando a non dar peso al frastuono del carbone che ruzzola per il condotto, al baccano dei trapani, badando a non perdere di vista il capataz che ci precede e ci indica il cammino nella penombra.

Noi, in quell’inferno, siamo di passaggio. Ma i picadores no. Vivono otto, nove ore al giorno in una nicchia poco più grande di una bara, con trenta centimentri d’aria sulla testa, la faccia nera, un martello pneumatico di otto chili nella mano destra e l’hachu, l’ascia, nella sinistra. Scavano un po’, poi tagliano il legname per puntellare il tetto della galleria. Il faccia a faccia col carbone è questo: oscurità e rumore e polvere e umidità e solitudine in una fragile trincea troppo simile a una tomba, in cui i picadores strisciano agili come gnomi.

Noi, i visitatori, li sfioriamo come se fossimo allo zoo. Ci vergogniamo tanto che non viene neppure la voglia di far domande. Allora ci prova un capataz.

«Ramón, da quanto sei in miniera?».

Ramón ci guarda spalancando gli occhi come isole colorate in mezzo al mare nero della faccia. «Diciassette, diciassette anni». «Hai figli?» «Due. Ho due guajes

Sorride, Ramón. Sorride invece di mandarci a quel paese. Bisogna scendere quaggiù per trovare ancora sorrisi così aperti, franchi, allegri. Come se la vita gli avesse dato tutto, al picador, come se fosse lui l’intruso in questo incubo.

Un’ora e mezza dopo, quando usciamo alla luce del sole, le gambe che ancora tremano per lo sforzo, vorremmo buttarci a terra e baciarla come il Papa. Siamo stati sotto solo due ore e venti, ma qui il tempo sembra quasi fermo, lascia sdegnosamente sgocciolare istanti che pesano un’intera eternità.

«Tremendo» sibilo ad Amador che ci aspetta all’imbocco della jaula. Ora capisco meglio. Capisco che morire in uno scontro con l’esercito franchista o con la Guardia civil, sopportare gli arresti, l’esilio, le torture, per i minatori asturiani può essere stato come uscire a passeggio il giorno della festa del patrono.

«Lo so», annuisce Amador. «E il paradosso è che ora devono difendere un lavoro che non augurerebbero al loro peggior nemico».

Fuori, dopo la lunga doccia, un sole insolito per le Asturie ci staziona a capofitto sulla nuca. Tossiamo e sorridiamo per lo sbaffo di rimmel che si è accanito attorno ai nostri occhi. Però stiamo zitti, perché a due passi è in agguato la retorica, perché, a volte, per spiegare le cose uno vorrebbe avere qualcosa di meglio delle parole. Forse ci vorrebbe quel sorriso, il luminoso sorriso di Ramón nella notte eterna del pozzo María Luisa.

 

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