[A] Dall'Agorà di ClubDante

William Ospina
Colombia

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Folle


27/07/2012

Per un uomo di età avanzata e senza occupazione nella routine del suo paesino, rimaneva come speranza solo l’illusione di un destino eroico. Andarsene in giro a soccorrere bisognosi e a raddrizzare torti, ad affrontare mostri e a sfidare prodigi.

Non ci aveva da sempre insegnato la religione a credere ad avvenimenti fantastici: angeli e dèmoni, miracoli di santi, paradossi di Dio? Non avevano le fiabe formato attorno alle culle una nebbia di creature magiche e oggetti favolosi? Non bastava la notte ciclica a riempire il mondo di pericoli e di sogni? Era dovunque evidente la necessità di giustizia, di generosità, di bontà, di eroismo. Come resistere alla tentazione di dare un senso nuovo e degno, ammirevole e benefico, a una vita che sembrava finita?

Dalle macerie dell’uomo comune nacque all’improvviso l’eroe. E la novità di quest’eroe è che l’eroismo non è la sua condizione naturale, come quella di Achille, semi-invulnerabile figlio di una dea; come quella di Sigfrido, immerso nel sangue del drago e aiutato da una spada invincibile; come quella di Orlando, uomo dalla forza prodigiosa; o come quella di tanti altri privilegiati da un mantello che li rendeva invisibili, da un puledro alato, da un anello magico. Quell’eroe conta solo sulle sue scarse forze, un cavallo magro, un vicino credulo, un linguaggio esuberante e un’immaginazione invincibile.

Non è sorto dalla mitologia né dalle fiabe: era un uomo comune venuto dal cortile e dalla dispensa; non ha mai smesso di muoversi nel mondo che percepiamo come reale, in una regione particolarmente brulla, in tempi in cui l’eroismo aveva già perso il proprio prestigio, e tuttavia ha costruito a poco a poco con quei materiali ordinari un destino straordinario.

Qualche volta ho deplorato che le sue avventure ci venissero presentate soltanto come delirii. Mi è sembrato che ciò le rendesse inferiori a quelle di Ulisse o di Teseo o del giovane nibelungo, presentate come reali. Ma tutto è fantastico: il ricordo di un avvenimento quotidiano ha la stessa sostanza del ricordo di un sogno. E i popoli preferiscono la finzione. Credono più agli dèi che ai protoni, più alla magia che al bosone di Higgs, più ai miracoli che ai giornali.

Tuttavia, mostrare Circe che trasforma gli uomini in porci o i venti che scappano da un orcio e si abbattono come tempeste sulle navi è meraviglioso quanto il fatto che noi umani possiamo credere a queste cose. Commovente quanto Dio stesso è che gli umani credano in lui. Ammirevole come postulare l’esistenza di tre milioni di dèi è il fatto che nell’Indostan più di seicento milioni di persone credano in loro. Miracolosa quanto la nostra percezione è la nostra fantasia, e incredibile come decifrare le leggi della natura è l’osare sfidarle, spesso con successo.

Soltanto perché credevano negli dèi gli uomini sono stati capaci di creare il Partenone e l’Odissea, le cattedrali gotiche e l’Ave Maria di Schubert, i milioni di templi dell’Indostan e la leggenda che il piccolo Krishna abbia l’universo nella bocca.

Quest’eroe di romanzo è, fra le tante cose, il simbolo della nostra commovente capacità di credere. Ci rivela che dalla fede nella bontà umana può nascere la bontà umana, che dalla fede nella giustizia può sorgere la giustizia, che dalla fede nella magia è senza dubbio sgorgata molta magia.

Il mondo non è pieno soltanto delle guerre fra trafficanti e della corruzione dei politici, dell’avidità dei banchieri e della crudeltà delle carceri; è anche pieno di lotte per la giustizia, di sforzi per raggiungere la dignità, di sogni di un mondo più immaginativo e più generoso.

E tutto ciò non impedisce che perfino nella cabina di un aereo, a diecimila metri di altezza, uno tenda a dirsi che è evidente che le cose pesanti non possono galleggiare nell’aria; non impedisce che quando entriamo nei supermercati ubbidendo agli ordini della pubblicità, siamo capaci di dirci che non esistono i poteri che manipolano le moltitudini; che nel centro incomprensibile di questo universo pieno di elefanti e di scacchiere, di musica e di matematica, di api che producono miele e di telescopi che esplorano il passato, in quest’universo pieno di virtù e di delitti, di bellezza e di elettricità, di enigmi e di miraggi, molti dichiarino che i prodigi non esistono.

Dicono che Cervantes abbia inaugurato la nostra epoca. La verità è che diede a un umile figlio del popolo il diritto di essere eroe e di essere martire, maestro e predicatore, filosofo e artefice di fantasie, e inventò un tipo di follia che si confonde con la santità e con la saggezza. Cervantes fece in modo che quell’uomo dicesse che un dente vale più di un diamante, mise quel gracile cavaliere a recuperare forze grazie all’influsso di un amore irreale, e ci dimostrò che un sogno può insegnarci più di molte realtà, e che un soldato vecchio e povero rinchiuso ingiustamente in una prigione infetta può essere, al posto di prìncipi e generali, di pontefici e potenti, l’eletto dalla storia a essere lo spirito che decifra un’epoca.

 

Questo articolo è stato pubblicato da El Espectador.

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