[A] Dall'Agorà di ClubDante

Marta Baiocchi
Italia

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25/07/2012

Qui in Sardegna il nostro padrone di casa l’altra sera ci ha offerto un bicchiere di passito, ci ha raccontato che lui era comandante sulle navi mercantili: mi sono imbarcato la prima volta che avevo vent’anni, sì, ho girato tutto il mondo, vi dico solo i posti dove non sono stato, Cina e Giappone. Portavamo metalli, petrolio, portavamo zolfo e carbone, l’imbarco più lungo: ventidue mesi. La volta che abbiamo pensato davvero di morire: il ciclone del 1972 all’altezza della Florida.

I russi, sì, ride, i russi. Che negli anni Settanta, nei porti internazionali, ci mandavano certe navi, gigantesche, nuove di zecca, mostri di metallo alti fino in cielo. Ma poi, a Odessa, lo vedevi il resto delle navi russe: sbullonate, mangiate dalla ruggine, che non si sapeva come si tenevano insieme. In giro, ci mandavano le poche navi belle che avevano, per far buona figura. Del resto, eravamo in piena Guerra Fredda. Il comandante ridacchia al ricordo, e ci versa un altro bicchiere.

In questi giorni sono quarant’anni dalla storica sfida a scacchi tra l’americano Bobby Fisher e il russo Boris Spassky. Perché il titolo mondiale di scacchi apparteneva ininterrottamente a giocatori russi dal dopoguerra. Perché gli scacchi erano cosa dei russi, lo studio approfondito del gioco degli scacchi era parte obbligatoria di una carriera militare nell’esercito russo. Ma adesso, Fisher aveva attaccato la loro roccaforte, dapprima denunciando il loro sistema di tornei, sostenendo che era truccato, che gli scacchisti russi non erano quello che andavano raccontando al mondo di essere. E ve lo mostrerò, diceva Fisher. Estate 1972: la sfida Fischer/Spassky durò ventuno partite. Io ero molto piccola, ma ricordo che non si parlava d’altro: i giornali, le riviste, la gente per strada. Il telegiornale le dedicava lunghi servizi, tutte le sere. Riesce difficile, oggi, sebbene non siano passati così tanti anni, anche per chi c’era e l’ha respirata, rievocare esattamente cosa sia stata la guerra fredda, e come la rivalità USA/URSS, al di là della politica e della strategia, della corsa alla luna e degli scudi spaziali, si insinuasse in ogni più minuto aspetto dell’apparire: dalle navi da mettere in mostra, alle medaglie olimpiche, ai tornei di scacchi.

Alla ventunesima partita, Boris Spassky si dichiarò battuto. L’americano aveva vinto.

Del blocco sovietico, oggi non rimangono che i frantumi. Ma Bobby Fisher, ricorda il Corriere, è morto nel 2008, a sessantaquattro anni, consumato da un delirio di follia megalomane, inneggiando all’attacco e alla strage delle Twin Towers.

Possa l’Occidente, adesso che la sua lunga battaglia contro il comunismo russo sembra così definitivamente vinta, salvarsi dalla propria follia.

 

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