[A] Dall'Agorà di ClubDante

Jordi Carrion
Spagna

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Una rivendicazione del "giornalismo gonzo"


23/07/2012

A fine aprile, Babelia, il supplemento letterario de El País, ha pubblicato un articolo di Manuel Cruz che in un altro contesto non sarebbe passato inosservato. Il titolo diceva tutto: Menos ejemplaridad y más responsabilidad. Il punto di partenza era il re Juan Carlos I: dopo il suo discorso di Natale, i media hanno applaudito la sua allusione all'esemplarità, che sembrava un rimprovero pubblico al comportamento del genero. Successivamente, i suoi assistenti alla comunicazione l'hanno condotto al memorabile «i disoccupati mi tolgono il sonno».

Però poi è arrivata la caduta: i cadaveri di elefanti, l'incidente di caccia, il discredito generale, il video in cui ha chiesto perdono. Cruz puntava il dito contro il concetto della presunta esemplarità, che si riduce a una maschera vuota se non è riempita dalla responsabilità che presuppone. Senza dirlo, Cruz stava mettendo in discussione il successo della recente opera di un altro filosofo, Javier Gomá, che ha fatto dell'esemplarità l'asse portante del suo pensiero, e che gli ha risposto dallo stesso supplemento, un mese dopo, anche lui senza citarlo.

Qualche anno fa, una serie di articoli del genere avrebbe provocato uno scambio di opinioni, un certo dibattito. Però non siamo qui né per prenderci a schiaffi né per porgere l'altra guancia. Tra le pagine dedicate ai mutamenti della Casa Reale, alla situazione greca, allo sciopero generale, ai tagli alla sanità e all'educazione, alle elezioni francesi o alla nazionalizzazione di Bankia, adesso le meno importanti sono quelle dedicate alla discussione di idee. Lo capisco perfettamente. Ma ci sono qui io. Per mettere in pausa la realtà. Perché se Hunter S. Thompson ci ha insegnato qualcosa è stato questo: si può sbattere un pugno sul tavolo e cambiare, anche se soltanto per la durata della lettura di un testo, il ritmo della realtà.
L'esemplarità e la responsabilità sono concetti vecchi. Quando il supplemento Cultura/s ha chiesto a Gomá di scrivere un editoriale, il filosofo ha fatto riferimento alla figura di Gesù per illustrare le sue idee. La parola “gonzo” invece è nuova. Nonostante sia possibile rintracciare l'atteggiamento di ciò che dal 1970 si chiama “Gonzo Journalism” nel giornalismo fatto sotto copertura, tra la fine del XX e l'inizio del XXI secolo (quando era diventato di moda che i reporter e le reporter si facessero passare per camerieri o fiorai per fare degli scoop), e nonostante sia possibile osservare la sua influenza successiva in innumerevoli autori che hanno portato l'indagine giornalistica alle sue ultime conseguenze (l'ultimo esempio potrebbe essere La scatola rossa, di Florence Aubenas, pubblicato in Italia da Piemme, dove la giornalista francese ha finto per un anno di essere una donna delle pulizie), la verità è che questo tipo di vita e di scrittura appartiene soltanto, e rigorosamente, a una persona ed è finito con lei.

Nella sue lettere (raccolte in Spagna in un libro recentemente pubblicato da Anagrama), Hunter S. Thompson sviluppa le sue idee radicali sul modo di affrontare la realtà e le sue rappresentazioni politiche. Qualche grammo di fiction è necessario per combattere proprio le potenti fiction dei politici, per loro natura falsamente esemplari e divisi da sempre tra la corruzione personale e la corruzione responsabile. Anche la soggettività radicale è necessaria per dissezionare la realtà, la quale non è altro che la somma di milioni di punti di vista individuali. Thompson mantiene anche un'interessante dialettica epistolare con Tom Wolfe, definendo la sua proposta come un satellite alla periferia del New Journalism e in rapporto con quest’ultimo. Poiché sia il Gonzo sia il New Journalism, sebbene abbiano prodotto testi immensi su motociclisti o su Frank Sinatra, sono particolarmente rilevanti nella storia delle idee dell'ultimo terzo del XX secolo per la svolta che hanno dato alla rappresentazione della politica statunitense. Non si possono comprendere le cronache politiche di Joan Didion o di David Foster Wallace senza questa doppia iniezione di adrenalina e bisturi.

Negli ultimi anni diversi autori ispanici hanno rivendicato l’eredità di Hunter S. Thompson, con la paradossale consapevolezza che si tratta di un modello inimitabile.

Per questo ogni discepolo ha coniato la propria marca, la propria etichetta. In Spagna, la peruviana Gabriela Wiener ha definito come “kamikaze” il suo giornalismo in prima persona, e Robert Juan-Cantavella, originario di Castellón, ha inventato il “Punk Journalism” per scrivere El Dorado (Mondadori, 2008), probabilmente la critica più affilata della corruzione urbanistica e morale della regione di Valencia.

In Argentina Cicco difende il suo giornalismo “border”, e Alejandro Seselovsky, che ha raccontato sulla rivista Orsai come è stato deportato dalla Spagna una volta atterrato all'aeroporto di Madrid con questo stesso obiettivo (essere deportato), ha inserito la parola “trash” nel titolo del suo libro. Alla fine dell'anno scorso in Messico è stata la pubblicata la rivista Proyecto Gonzo, un'antologia di “giornalismo delirante” coordinata da J. M. Servín, con il titolo Sesso alla messicana e altre storie del Paese dell'eterna crisi. La stessa crisi che ha portato il norteño Nazul Aramallo a raccontare sulla rivista digitale Replicante la sua esperienza come cavia dell'industria farmaceutica.

Mi sembra che la parola chiave sia questa: crisi. Le situazioni eccezionali richiedono misure eccezionali. Critiche. Il Gonzo trascende l'ambito giornalistico e letterario in cui è nato e si trasforma in una categoria critica di produzione di discorso. Una categoria che richiede soggettività, emotività, passione, critica implacabile, denuncia costante.

A differenza di Hunter S. Thompson e dei suoi possibili eredi, profondamente individuali, il nuovo Gonzo è antologico, è una proposta collettiva, è una rivista digitale, è una rete di contatti. Come diversi “aneddoti” che avevano per protagonista l'autore di Paura e disgusto a Las Vegas, le azioni Gonzo mettono in discussione il consenso, ciò che si considera accettabile in un determinato momento storico, a volte anche ciò che è legale.

Il movimento Anonymous chiede di essere letto a partire da questo Gonzo collettivo, il movimento 15-M chiede di essere letto a partire da questo Gonzo collettivo, da questa critica sistematica del sistema che rinuncia al protagonismo del soggetto, alla necessità di leadership e, dunque, alla nozione tradizionale di autorialità. Il Gonzo diviene arboreo, mette radici, si decentralizza.

Oltre ai suoi limiti e difetti, che sono molti, emergono le sue virtù: punire i potenti che se lo meritano, boicottare le multinazionali e i governi illegittimi, provare a pensare al di fuori del sistema economico e politico così com'è configurato, recuperare la possibilità di una critica autentica, schivare ciò che porta irrimediabilmente alla corruzione (l'accumulazione di potere, la leadership di partito), cercare un modo per gestire la res publica che sia responsabile, comunicare un'onestà che sia esemplare.

Ogni epoca ha codificato i propri registri ottimali di verità. Ovvero, in ogni momento storico un tipo o un altro di testo, di immagine, o di prodotto audiovisivo è stato percepito come il veicolo idoneo a trasmettere la sincerità, la verità, la realtà.

Nella seconda metà del XX secolo, le “cattive scritture” sono state il modello di questa produzione di senso teoricamente vera, contrapposte alle scritture accademiche, corrette e ipercorrette, imbellettate. Come se l'antiretorica fosse sinonimo di verità e la retorica continuasse a essere – secoli dopo – una forma d'occultamento e di travestimento. Così, il be-bop, l'arte povera, lo stile beat, il jazz, il giornalismo Gonzo, alcuni progetti letterari postcoloniali, il recupero dell'arte naïf, lo spokenword, il graffiti o l'hip hop sarebbero molto più veri di quelle espressioni a loro contemporanee che seguono parole d'ordine più canoniche, legittimate in anticipo dalla tradizione.

Nel linguaggio cinematografico, il movimento Dogma è stato la riattualizzazione di fine secolo di questa tendenza che ripercorre, come il doppio necessario, tutta l'arte della postmodernità. I video fatti in casa e i video che fingono di essere fatti in casa si sono oggi trasformati nella norma dell'espressione della realtà. Siamo tutti Dogma. Tanto è vero che il genere porno oggi predominante è conosciuto come “Gonzo” e consiste in riprese di una scena di sesso fatte in soggettiva. Sebbene le produzioni professionali continuino a sopravvivere, la loro importanza nell'insieme della produzione pornografica è infinitamente minore di quella degli anni Novanta.

Si potrebbe dire, ad esempio, la stessa cosa della critica letteraria: il graduale calo di influenza da parte dei supplementi culturali e delle riviste specializzate è stato accompagnato dalla proliferazione di blog, spesso firmati con pseudonimi, in cui non si rispettano la correttezza formale e la morale tradizionale. Le recensioni di questi blog sono spesso percepite come più sincere di quelle che si pubblicano su carta e con nomi e cognomi, come se l'anonimato e lo stile scarno fossero garanzie di oggettività e di onestà. Lo stesso si potrebbe dire di buona parte delle celebrità televisive, spesso provenienti dal progamma gonzo-pop per antonomasia, il Grande Fratello, e quasi sempre posizionate su piattaforme dalle quali giudicare i propri pari; o della strategia della rivista Cuore, che mettendo a fuoco la cellulite o i peli delle ascelle dei Vip, si schiera contro l'idealizzazione del resto della stampa rosa; o di programmi come Salvados o come Equipo De Investigación, che sono gli eredi del successo di alcuni documentari cinematografici di Michael Moore.

Entrare in connessione con l'audience attraverso meccanismi di rappresentazione che adesso percepiamo come più fedeli alla realtà, come se le immagini di una telecamera nascosta non fossero sottomesse alla disciplina della sceneggiatura e del montaggio come tutto il resto.

Le agenzie pubblicitarie, gli uffici stampa, i community manager delle aziende sono obbligati ad analizzare queste tendenze della codificazione per assimilare le loro tattiche, per vampirizzare la loro retorica antiretorica. Per questo gli assistenti del re hanno deciso che il suo video di scuse avrebbe avuto l'apparenza del Gonzo. Se i video natalizi seguono alcuni parametri istituzionali che qualsiasi spagnolo può riconoscere, era importante che il re chiedesse perdono in un video che si identificasse immediatamente come antitetico a quelli “tradizionali”. Un tipo di ripresa che sia il citizen journalism sia i documentari amatoriali o il porno Gonzo sono andati via via definendo, nell'inconscio collettivo, come più realista del realismo, immediato nonostante l'inevitabile mediazione, istantaneo come un tweet, molto più efficace di un comunicato stampa o di un comunicato ufficiale. È possibile che Guardiola sia stato uno degli ultimi personaggi pubblici a scegliere una messa in scena classica per annunciare qualcosa che i suoi contemporanei comunicano con altre formule, sempre più “normali”.

Naturalmente, tutto questo non c'era nella proposta di Hunter S. Thompson. Ho già detto che l'autentico Gonzo è morto insieme a lui. Non c'era neanche nella proposta di Lars von Trier. Ma Thompson e von Trier non sono esemplari, ma piuttosto dei vicoli ciechi. E tuttavia i loro casi ci obbligano a pensare che certe reazioni allo spirito dei tempi non sono soltanto auspicabili, bensì anche necessarie. Kerouac, Ginsberg e compagnia non erano neanche esemplari né responsabili, però l'ondata conosciuta come “beat generation” è stata senza dubbio necessaria. La categoria del Gonzo, nonostante la sua democratizzazione, o proprio grazie a essa, grazie al ritrovarne traccia sia in chi mette sotto scacco il sistema sia in chi lo perpetua in tv o in politica, mi sembra un ottimo luogo da cui pensare la crisi economica e sociale di questo secondo decennio del XXI secolo. Dal quale raccontarla. Perché altri concetti si stanno mostrando insufficienti. Non creano cortocircuiti né bonzi che si danno fuoco, e nemmeno mettono in pausa la realtà.

Per essere totalmente coerente con questa rivendicazione del Gonzo, forse avrei dovuto scrivere questo testo in uno stile gonzo. Portare alle estreme conseguenze le formule dirette, crude, della presunta consistenza della dura realtà (“Non siamo qui per prenderci a schiaffi”, “Crisi”, “i peli delle ascelle”).

Però se il Gonzo può trascendere Hunter S. Thompson è esattamente perché non è una retorica che si possa codificare, ma una sintonia, una frequenza, o meglio ancora: un'interferenza. La televisione smette di mandare in onda quanto previsto per alcuni istanti. Uno scacco che non è mai matto, ma uno scacco, scacco, una volta, e poi un'altra, scacco, contro il quale il re deve proteggersi, cambiare casella, andare a coprire dei buchi. Interruzioni. Vampate. La libertà, nella forma e nel pensiero; l'indipendenza utopica; la critica obbligatoria.

In quest’ottica possiamo illuminare come precursori del Gonzo alcuni passaggi dell'opera di Cervantes, le proposte di Lawrence Sterne, i capricci e i disastri di Goya, lo spauracchio di Valle-Inclán, l'umorismo di Chaplin, le Spagne nere descritte da Gutiérrez Solana, l'autobiografia di Mishima o gli urli di Allen Ginsberg. E come eredi del Gonzo, le denunce di Günter Wallraft, le memorie di Reinaldo Arenas, il saggio in prima persona di Beatriz Preciado o le installazioni di Santiago Sierra. Sono ormai passati quasi due anni da quando Sierra ha rifiutato il Premio Nacional de Artes Plásticas. Una decisione che è stata molto criticata. Si può persino parlare di polemica: la crisi non era ancora arrivata sulla stampa e c'erano ancora casi che provocavano dibattiti. Certo, nessuno aveva ragione: né l'artista né chi lo aveva accusato di opportunismo e d'incoerenza, perché, mentre rifiutava il premio non volendosi legare allo stato spagnolo, era in viaggio in Australia invitato dall'Instituto Cervantes. Quel che importa è che Sierra aveva nuovamente messo la pausa, dopo averlo fatto con i suoi neri fornicatori di bianchi e con il suo padiglione a Venezia in cui si poteva entrare solo mostrando la propria carta di identità spagnola. Nell'accelerazione continua, si impone il gesto gonzo, il ricordo che non tutto ha una esecuzione automatica.

In genere i premi vengono accettati, ma possono anche essere rifiutati. Di solito i film e i reportage non vengono raccontati in prima persona, però esiste anche questa opzione. Non c'è motivo per cui l'artista o il giornalista debba mostrarsi indignato, arrabbiato, stufo, però ne ha anche il diritto. Che ognuno porti il Gonzo sul suo terreno: una prospettiva per raccontare, criticare, analizzare la realtà che non ha motivo di essere esemplare né necessariamente responsabile, ma che è sicuramente più pertinente di molte altre in questi tempi così nostri, i tempi della società del malessere.

 

Questo articolo è stato pubblicato da Sigueleyendo.

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