[A] Dall'Agorà di ClubDante

Pietro Greco
Italia

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A 50 anni dalle "Rivoluzioni" di Kuhn


18/07/2012

Nell’anno 1900 il tedesco Max Planck scoprì il quanto elementare d’azione. E, dunque, la strutturale discontinuità del mondo naturale. Una verità scientifica di enorme portata,  alla base di quella che sarà chiamata la “rivoluzione dei quanti”.

Ma difficile da accettare per chi, come i fisici contemporanei di Planck, credeva nell’intima coerenza e integrità – nella continuità, appunto – dello spazio e delle azioni nello spazio. E infatti la novità fu accolta con un certo ritardo e molti mugugni dai fisici, malgrado la riconosciuta autorevolezza di Planck. D’altra parte egli stesso, rivoluzionario suo malgrado, non l’accetterà mai fino in fondo.

          Planck è del tutto consapevole di come vanno le cose nella comunità degli scienziati. E, infatti, scriverà nella sua autobiografia: di solito una nuova teoria scientifica non si impone perché i suoi oppositori si lasciano illuminare dai fatti e si convincono, ma perché essi gradualmente scompaiono e una nuova generazione cresce prendendo progressivamente confidenza con essa.

          A pensarci bene, anche questa interpretazione di «come vanno le cose nel mondo della scienza» proposta da Planck costituisce una novità niente affatto semplice da accettare. Soprattutto per chi, come molti all’inizio del secolo scorso, guarda alla storia delle idee scientifiche come a una storia di progresso lineare realizzata da pochi eroici geni: Copernico, Galileo, Newton, Maxwell.

          Occorrerà attendere il 1962 e Thomas S. Khun perché questa idea della scienza e della sua storia venga definitivamente abbandonata e si imponga una nuova spiegazione, ben più strutturata, delle rivoluzioni scientifiche. Più simile a quella ipotizzata a Planck. Esattamente cinquant’anni fa, infatti, Khun pubblica The Structure of Scientific Revolutions e cambia il paradigma dominante della storia (e della filosofia) della scienza.

          Il libro sostiene che la scienza procede per rivoluzioni, al contrario di quanto affermano coloro che pensano proceda per continue aggiunte. Khun dimostra che queste rivoluzioni hanno, appunto, una struttura. E si snoda, essenzialmente, in due grandi fasi. Una di “scienza normale”, durante la quale si consolida una certa visione sulla base della quale gli scienziati si impegnano a risolvere i problemi che via via si pongono. È la fase del puzzle-solving. Nel corso del tempo, tuttavia, crescono le anomalie. E quando le anomalie raggiungono, per quantità e qualità, un livello insopportabile, ecco la seconda fase: la crisi. Gli scienziati indossano nuovi occhiali e guardano in altro modo alla realtà dei fatti. Nascono così le nuove spiegazioni, che sono nuove visioni del mondo. 

          Per Khun la scienza non procede, dunque, in maniera progressiva e lineare, ma per «cambi di paradigma». Operati non da singoli geni, ma da intere comunità.

          L’interpretazione di Khun spalanca, è il caso di dirlo, a un nuovo modo di guardare alla storia della scienza – a un nuovo paradigma della storia della scienza – che ha profonde influenze anche sulla filosofia della scienza. Per esempio impone a Karl Popper di puntualizzare la sua “logica della scoperta scientifica” fondata sul paradigma epistemologico del falsificazionismo: un’ipotesi è scientifica se è falsificabile; gli scienziati lavorano nel tentativo di falsificare le teorie correnti; esistono esperimenti cruciali in grado di discriminare tra eventuali teorie alternative.  

          Malgrado venga, spesso, mal interpretato e, talvolta, strumentalizzato nel tentativo di farne una porta d’ingresso per l’irrazionalismo, il libro di Khun si impone come una pietra miliare nella storia della storia della scienza. E, dunque, bene ha fatto The University of Chicago Press a pubblicarlo di nuovo, in un’«edizione del 50esimo anniversario», con la prefazione del filosofo Ian Hacking.

          Il libro è di quelli che vanno riletti. E quella del compleanno è un’ottima occasione per farlo. Ma è ancora attuale?

          Non c’è dubbio che esso ha dei limiti. Guarda alla scienza essenzialmente come a un’attività teorica. Non prende in considerazione l’apporto, spesso decisivo, delle nuove “sensate esperienze”. Guarda alla scienza essenzialmente come all’attività che svolgono i fisici. Cita appena Charles Darwin e il cambio di paradigma realizzato in biologia, ma non solo in biologia, con il suo Sull’Origine delle Specie.

          Eppure il libro di Khun conserva gran parte della sua forza dirompente. Con la pubblicazione della Struttura delle Rivoluzioni Scientifiche, la storia della scienza cessa di essere la narrazione di un percorso trionfale di pochi eroi e di grandi idee vincenti, ma diventa qualcosa di molto più vicino alla realtà: la narrazione drammatica di un processo tortuoso e puntuato realizzato da intere comunità che si confrontano e, spesso, si scontrano. Una visione che a cinquant’anni di distanza risulta non solo ancora attuale. Risulta ancora illuminante.

 

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