[A] Dall'Agorà di ClubDante

Luigi Pingitore
Italia

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La crisi, finalmente


17/07/2012

Dunque la crisi è finalmente arrivata. Se mi guardo attorno non vedo che deserti. I miei coetanei sono dei deserti. Gli sconosciuti, quelli che incontro la mattina al bar quando prendo il caffè, sono dei deserti. Anche la mia donna, quella che amo da molto tempo, è un deserto. La sua paura diventa uno spazio convesso che nulla accoglie. Questa martellante campagna di marketing, che approfitta di ogni telegiornale e di ogni quotidiano per sponsorizzare il suo unico prodotto – la disperazione – ha raggiunto l’apice dello share. Viviamo dentro il palinsesto di un ininterrotto show mediatico fatto di poche parole, sempre ripetute, sempre uguali da ormai tre anni: crisi, spending review, recessione, disoccupazione. 

«Con questi frammenti ho puntellato le mie rovine». Probabile che questa lunga marcia dentro il deserto sia cominciata all’inizio del Novecento, e che le due guerre mondiali abbiano prodotto delle potenti accelerazioni spingendoci sempre più avanti. E ora, in questa epoca che è post-tutto, post-guerra, post-capitale, post-speranza, siamo arrivati così in là, siamo così profondamente dentro il cuore di tenebra del mondo, da non riuscire più a scorgere, voltandoci, il punto di partenza di questo viaggio. Ma ecco arrivare la crisi, finalmente. Nessuno, dall’interno del palinsesto, ci dice che potrebbe essere la sola speranza per azzerare tutto e ripartire dalle macerie. Non abbiamo altra possibilità, come non ne aveva Eliot quando scrisse La terra desolata. Possiamo solo guardare, e guardare meglio, e pensare meglio, e scrivere meglio. È la sola speranza, e oggi l’unico paese a dare qualche segno di vita è non a caso il più martoriato.

Il cinema greco da un paio di anni è il più vitale del vecchio continente. Tre-quattro film nati nel cuore di un collasso economico e morale devastante, fatti con pochissimo, una macchina fotografica e nessuna luce aggiunta e attori giovani e improvvisati. Ricordo le facce di “Wasted Youth”. O il recentissimo Boy Eating the Bird´s Food, tratto da “Fame” di Hamsun. Forse sono queste visioni il segno di una plausibile rivoluzione estetica, la prova che è possibile ricostruire dal basso un immaginario visivo – e quindi psicologico – che col tempo si è andato naturalmente a prosciugare. D’altronde non comincia sempre così una rivolta? Con una scossa alle fondamenta di quello su cui poggiamo, per spingerci a osservare la realtà da nuove prospettive. Sfruttare quel tremolio collettivo per ricavarne, nel migliore dei casi, scritture nuove e potenti.

Però poi penso all’Italia. Perché l’Italia che affonda non produce nessuna reazione? I due paesi, le due sponde simmetriche dello stesso mare, hanno reazioni culturali opposte. L’Italia sprofonda sempre più in una spirale autoconsolatoria. Giornali e televisioni si contendono gli stessi protagonisti e le stesse facce. Non riescono a staccarsi dal palinsesto. È un corto circuito senza tregua in cui la realtà sfuma costantemente nella sua distorsione. La letteratura, rispetto al cinema, esprime una percentuale minima di vitalità. Ma è poco, troppo poco per farci orientare nel deserto. Il panorama è occupato da opere di puro e banale intrattenimento, come la gran massa di gialli e noir che si auto concedono l’etichetta di indagatori della realtà, e che poi finiscono immancabilmente per farci addormentare in mezzo ai ghirigori investigativi di commissari vari e detective bulimici. Quello che manca è una reazione allo sfacelo. Siamo nel cuore di una decadenza implacabile, il paese assomiglia alla villa che imprigiona i personaggi di Viale del tramonto. Piena di cimeli del tempo passato, ma del tutto fuori luogo nel presente. E forse il punto è proprio questo: capire cos’è il presente e quindi capire quali sono le coordinate di questo tempo. Segni non ne mancano. Come pure non manca nulla per riprendere a bruciare, ma la preferiamo il caldo confortevole dello schermo tv serale, davanti al quale sedersi ogni sera per guardare lo show ipnotico della crisi.

 

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