[A] Dall'Agorà di ClubDante

Juan Gabriel Vásquez
Colombia

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Sulla malattia di García Márquez


14/07/2012

Dato che avevo trascorso le ultime ore su un volo intercontinentale, non avevo saputo che i mezzi di comunicazione ribollivano per la notizia: prima era stato suo fratello Jaime a parlare a Cartagena delle devastazioni della demenza senile; poi c’era stato un tweet in cui Jaime Abello, direttore della Fundación para el Nuevo Periodismo Iberoamericano, aveva contraddetto quella diagnosi. (Per fortuna, El Espectador ha riportato le sue parole, che così hanno raggiunto anche noi che non abbiamo Twitter). Insomma, era nato tutto un dibattito in rete, e la notizia della malattia veniva ripresa dovunque: io l’ho vista sul Guardian di Londra, su Le Monde di Parigi e sul Times di Nuova Dehli. E prima che me ne rendessi conto altri tre mezzi di comunicazione mi avevano chiesto un’opinione, come è senza dubbio successo a più di uno scrittore colombiano. A tutti, anche se non sempre con le stesse parole, ho risposto la stessa cosa: per favore, per favore, lasciamo in pace García Márquez.

È senza dubbio ciò che avrebbero voluto – ciò che ancora vogliono – anche Jaime García Márquez e Jaime Abello. Del primo, sono state molto citate le parole maledette, «demenza senile», ma poco quelle che ha pronunciato in un altro momento: «Non si tratta del fatto che c’è qualcosa di grave che non si possa sapere. Si tratta del fatto che è la sua vita e lui ha sempre cercato di proteggerla, ha sempre detto che c’è una vita pubblica e una vita privata a cui noi non abbiamo accesso». Abello, con molto giudizio, ha detto che non avrebbe fatto commenti sull’intimità di García Márquez, e ha chiuso con una frase irritata. «Per favore, basta attestati di solidarietà», ha affermato. «Gabo non è demente». Non so se gli attestati si siano fermati; però, vista la prevedibile morbosità suscitata dalla faccenda, mi permetto di dubitarne. E così un’allenza non santa tra la rete e i morbosi si è trasformata in una nuova minaccia alla vita privata di una figura pubblica, esponendola agli sguardi di tutti, mettendo in piazza ciò che sarebbe dovuto restare in casa, sbattendo sul ridicolo palcoscenico del dibattito mediatico – anche se la parola dibattito è una parola forte per tanti degli interscambi che pullulano da quelle parti – ciò che sarebbe dovuto rimanere soltanto sulla bocca dei famigliari.

«A volte si ha la sensazione che vorrebbero che morisse» ha anche detto Jaime García Márquez. «Come se la sua morte fosse una gran notizia». Ma il fatto è che lo sarà: Gabriel García Márquez è, dopo tutto, lo scrittore di lingua spagnola più conosciuto dopo Cervantes, e so di giornali e televisioni che hanno già pronto il coccodrillo da pubblicare non appena si verrà a sapere della sua morte. Lo scrittore più conosciuto, ho detto: non parlo della sua qualità né della sua influenza, perché non sono queste le cose che scatenano la morbosità da quattro soldi, l’impertinenza travestita da solidarietà e la violazione dell’intimità travestita da comunicazione delle notizie. No, non sono queste cose: è la fama. Non possiamo farci niente; ma forse noi che scriviamo sui mezzi di comunicazione possiamo comportarci di fronte alla malattia di una grande scrittore con una certa dignità, e in ogni caso con il rispetto che i suoi straordinari libri avrebbero dovuto procurargli tra i suoi lettori.

 

Da www.elespectador.com

 

 

 

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