[A] Dall'Agorà di ClubDante

Paco Ignacio Taibo II
Messico

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Scrittori e lettori sotto il fuoco amico


12/07/2012

Le voci dicono che c’è un oceano che ci unisce e una lingua che ci separa.

Le voci vengono confermate.

Per quanto possa sembrare assurdo, e malgrado tutti i nostri sforzi, il mondo del libro in spagnolo, e quindi l’essenza del movimento della cultura e delle idee, trasforma il meraviglioso mondo ispanoparlante in una serie di isolette provinciali.

Il lettore spagnolo non verrà mai a sapere quale libro ha avuto un forte effetto sui lettori della Fiera del Libro di Bogotá. I lettori cileni non avranno idea di quello che sta accadendo nel romanzo storico in Spagna e naturalmente i lettori costaricensi non avranno la minima possibilità di sapere cosa si stia leggendo in Guatemala, nonostante i due paesi si trovino a poche centinaia di chilometri.

Il fenomeno non è nuovo e francamente avvelenato. Sono le metropoli a farla da padrone: la lista dei libri più venduti del New York Times, le aste alla Fiera di Francoforte e le maledette mode spagnole e italiane.

La fanno da padroni anche il libro-spazzatura, il libro effimero attorno alle figure televisive, l’instant book sull’attualità.

È questa la democrazia del mercato?

C’è poca democrazia quando puoi scegliere tra Pepe, la moglie di Pepe e la cugina della moglie di Pepe.

Democrazia vuol dire informazione, democrazia vuol dire circolazione di idee, democrazia vuol dire libertà di scelta.

Il resto è villaggio globale.

La cosiddetta globalizzazione vale solo per le scarpe da ginnastica e le auto di lusso, i prodotti hollywoodiani e le top ten musicali. Il resto è soltanto villaggio globale.

Molto villaggio globale.

Dico questo dopo una lunga conversazione alla Semana Negra con parecchi autori latinoamericani: cambiavano i personaggi, ma non le storie che raccontavano.

«Perché questi libri non arrivano in Argentina?» si chiedeva Guillermo Saccomanno indicando con un ampio gesto della mano l’offerta delle librerie della Semana Negra.

E lo diceva un autore i cui libri sono quasi impossibili da trovare in Spagna, sebbene abbia vinto il premio Biblioteca Breve e, con il romanzo 77, abbia ricevuto il premio Hammett, il maggior riconoscimento della Semana Negra.

E lo diceva a me, che non sono riuscito a fare in modo che il mio libro El Álamo. Una historia no apta para Hollywood arrivasse in Spagna, nonostante sia stato il più venduto alla Feria del libro di Guadalajara (la più importante dell’America latina) e alla Fiera del libro in spagnolo di Los Angeles. Per di più, il mio libro ci metterà un anno ad arrivare in Colombia e in Argentina.

E ce lo dicevamo tra due autori che pubblicano in un’azienda multinazionale con case editrici in una dozzina di paesi di lingua spagnola.

Dopo un po’ si è aggiunto alla conversazione il colombiano Santiago Gamboa.

Qual è il mistero che fa sì che i libri che hanno una forte presenza nazionale non percorrano le frontiere della lingua? Non vale dire che le traduzioni costano care, qui non c’è niente da tradurre. Non vale tirare in ballo i costi di esportazione, perché i libri possono essere stampati a prezzi locali e in quantità determinate dall’ampiezza del mercato. Non vale appellarsi ai diritti d’autore, perché quasi tutti noi firmiamo contratti per diritti universali in spagnolo. Non vale invocare il presunto localismo dei lettori, e non vale dire che i tour promozionali possono costare molto.

Ciò che vale è che le grandi case editrici sono assolutamente provinciali in materia di gusti e di capacità di lettura. Ciò che vale è che nessuna casa editrice multinazionale ha un centro di lettura che valuti le possibilità di un libro al di là delle sue frontiere originarie. Ciò che vale, finora e finché non si imporrà come moda un nuovo boom latinoamericano, o uno sbarco della letteratura spagnola nell’America iberica, è che continueremo a essere in mani editoriali che, con singolare allegria, ci registrano come vittime collaterali a causa del fuoco amico.

 

 

 

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