[A] Dall'Agorà di ClubDante

Antonio Scurati
Italia

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Welfare, ritorno al passato


12/05/2012

Avere dei figli significa essenzialmente mantenerli in vita.

Me lo disse qualche anno fa un mio vecchio amico, allora già padre di due bambine. Al momento accolsi con scetticismo quella sua drastica affermazione. Ancora qualche inverno aggiunto al debito senza possibilità di estinzione che contraiamo con l’esistenza e, divenuto padre a mia volta, ne compresi il senso. Il mio amico mi stava dicendo che, su di un piano antropologico basilare, il divenire genitori consiste nel mettere al mondo una creatura inetta e inerme che dipende interamente da te finanche per la sua sopravvivenza. Questo sarebbe in gioco soprattutto nella paternità spogliata di ogni orpello estetizzante e di ogni sovrastruttura culturale: una perdita secca e un guadagno immenso. Da quel momento in avanti non sarai mai più nella condizione esaltante di sentirti tu solo al cospetto dell’universo perché ci sarà un altro essere vivente che, dipendendo da te per restare in vita, ti ancorerà a questo piccolo pezzetto di mondo senz’altro orizzonte che la lotta per la sopravvivenza, a questa angusta ma eterna zolla di terra che calcherai da modesto bipede modestamente equipaggiato per transitare brevemente nell’esistenza. Sì, perché sarai tu a far battere quel piccolo cuore, tu che con il tuo fiato sosterrai il suo respiro.

Da sempre gli uomini conoscono questa verità elementare eppure oggi, in questo nostro Occidente che da più di un secolo non smette di tramontare, sembriamo averla dimenticata. Nelle nostre società opulente e infeconde di fine millennio si è verificata una sorta di terziarizzazione della paternità (e perfino della maternità). Mettiamo al mondo pochi o nessun figlio e quando lo facciamo, spesso tardivamente, concepiamo l’accadimento fatidico entro la logica di una fornitura di servizi, di un lavoro impiegatizio, di prestazioni legate a un’economia dei beni immateriali. Ci siamo raccontati a lungo che divenire padri e madri avesse sostanzialmente a che fare con qualcosa di non sostanziale, che significasse aggiungere al nostro bilancio una nuova, diversa e interessante “esperienza”, mutare i nostri stili di vita e di consumo, cambiare le nostre mete di vacanze e abitudini del week end, operare un re-styling delle nostre identità immaginarie. Così come ci siamo illusi che assolvere le responsabilità nei confronti dei nostri figli si limitasse al compito piacevole e interessante di programmare la singolare traiettoria del loro corso nel mondo: quale specie d’indumenti avrebbero indossato, come avrebbero coltivato i loro talenti nel tempo libero, quali università avrebbero frequentato, quale professione avrebbero scelto. Il compito ben più sodo, e meno divertente, di coltivare la terra che li avrebbe nutriti e di produrre industriosamente i beni necessari alla loro sussistenza in vita ci eravamo convinti appartenesse oramai a un passato stentato e sepolto.

Non era così. Ce lo ricorda la cronaca di questa epidemia di suicidi che funesta un’Europa troppo pronta a disfarsi del welfare state, una delle più grandi conquiste della sua mirabolante civilizzazione. Ce lo ricorda la vicenda di quel piccolo imprenditore di Calolziocorte, provincia di Lecco, il quale, gravato da cartelle esattoriali, tenta di impiccarsi a un cavo elettrico nel giardino di casa e viene salvato dalla figlia quindicenne che lo abbranca per le gambe e, ingaggiata una disperata lotta anti-gravitazionale, lo mantiene letteralmente in vita fino all'arrivo della madre.

 

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