[A] Dall'Agorà di ClubDante

Laura Bosio
Italia

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Betlemme Patrimonio dell'Umanità


04/07/2012

L’eco sui giornali e in rete continua a prolungarsi da venerdì scorso, 29 giugno, quando la notizia è stata diffusa. Il Comitato per i Patrimoni dell’Unesco, riunito a San Pietroburgo, ha accolto la proposta dell’Autorità Nazionale Palestinese di includere la Chiesa della Natività di Betlemme nell’elenco dei Patrimoni Mondiali dell’Umanità.
Per la prima volta un sito dei Territori, nella Cisgiordania, ottiene un simile riconoscimento, salutato con un lungo applauso dai palestinesi, con dissenso aperto dagli israeliani, con delusione dagli americani e con prudenza dai religiosi cattolici, greco-ortodossi e armeni che celebrano nella Basilica. E’ stata soprattutto contestata la “procedura d’urgenza” avviata dall’Unesco dopo che nell’ottobre 2011 la Palestina era stata riconosciuta come membro a tutti gli effetti.
Con quasi due milioni di presenze all’anno, Betlemme è il luogo più visitato dai pellegrini in Terrasanta, ma la città è in ormai visibile declino. I turisti arrivano e dopo un paio d’ore se ne vanno, lasciando vuoti gli alberghi, i ristoranti, i negozi. Il senso di isolamento è cresciuto da quando la città è rimasta circondata dal Muro costruito dagli israeliani, pieno di torri di guardia: “il simbolo di tutto ciò che è sbagliato nel cuore dell’uomo” lo definì l’Arcivescovo di Canterbury quando lo vide durante la sua visita. I pellegrini sono costretti a lunghe code ai check-point per il controllo dei documenti, mentre gli abitanti di Betlemme devono chiedere un permesso per andare a Gerusalemme, lontana appena sei chilometri. Tagliata fuori dalle terre coltivate a nord e a ovest del Muro, a sud e a est dalle strade che solo i coloni israeliani possono percorrere, Betlemme è diventata una specie di ghetto.
Ma alla necessità della “procedura d’urgenza” israeliani e americani non hanno creduto, sostenendo che la motivazione è essenzialmente politica.
Difficile pensare che non lo sia. Per i palestinesi rappresenta un importante “sì” alla loro identità di popolo e di paese; gli israeliani, dal canto loro, la avvertono come una critica alla loro gestione della città e insieme come un ostacolo al potenziamento e alla creazione di altri insediamenti.
Difficile anche prendere una posizione netta. Come non riconoscere ai palestinesi il diritto di governarsi autonomamente nel territorio che abitano da secoli? E come non comprendere la paura in cui vivono gli israeliani, minacciati da un terrorismo che dà la morte? Come, d’altra parte, ignorare le sopraffazioni e le violenze di cui sono vittime i palestinesi, obbligati a essere rifugiati in casa propria? E, dal lato opposto, come ignorare il rigetto di cui sono vittime gli israeliani, che in quelle terre hanno riconosciuto la patria sempre negata?
Quasi impossibile, però, rimanere equidistanti a chiunque sia capitato, come a me, di vedere quei luoghi, quella gente, quella convivenza forzata in un clima da guerra civile. Gli incasellamenti (oggi ci troviamo in un’epoca che sembra avere bisogno spasmodico di caselle: attratto dal cristianesimo quindi cattolico; cattolico quindi nel fondo antisemita; palestinese dunque antisraeliano e magari musulmano fondamentalista e terrorista) servono unicamente a mettere filtri che distorcono e impediscono di guardare, di capire, per quanto si può.
E invece, quello che occorre è proprio provare a guardare, a vedere, a raccontare, anche se non è semplice trovare parole per tanta storia, tanta bellezza, tanta tragedia. Ritrarre gli uomini e le donne, le case, i soldati, le chiese, le finestre sbarrate, le preghiere serali, quando contemporaneamente risuonano le campane di Dio e i muezzin invocano Allah; il Muro che ogni tanto si interrompe, si decora, si atteggia a barriera antirumore, ma non riesce a camuffare le sue intenzioni; la povertà e la distruzione che avanzano di metro in metro man mano ci si inoltra verso Betlemme.
Nell’ultimo film di Gianni Amelio, tratto da Il primo uomo di Camus, uno studente dice allo scrittore, alter ego di Camus, in visita nell’Algeria occupata dai francesi: “Tra le sue riflessioni più belle c’è questa: ‘Uno scrittore non può mettersi al servizio di chi fa la storia: è al servizio di chi subisce’ “.
Mettersi al servizio raccontando, testimoniando, in ogni libera Agorà. Il “patrimonio dell’umanità” è anche questo.

 

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