[A] Dall'Agorà di ClubDante

Romana Petri
Italia

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Non dovevamo vincere


03/07/2012

Sportiva e tifosa quasi di tutto da sempre, con una certa predilezione per il pugilato e il calcio, quest’anno avevo fatto una specie di voto. Avevo letto uno sconcertante articolo su internet in cui si diceva che per preparare questi Europei erano stati uccisi quasi un milione di cani randagi. Presi e il più delle volte buttati nel trita tutto dei camion della immondizia direttamente vivi. Inorridita da tale notizia ho tenuto fede alla promessa. Mai vista una partita. Ma saputo sempre tutto, anche nei minimi particolari, quello che succedeva. E così, pure domenica sera, che ero a Siracusa per lavoro, nell’ora fatidica mi sono ritrovata in una situazione quasi surreale. Nella sala ristorante di un albergo di fronte al mare, a Ortigia, ho cenato completamente sola, con le finestre spalancate su un riflesso di luna quasi rosato, un mare immobile e una calura appena sopportabile grazie a qualche raro refolo di vento.
Vuole che chiuda le finestre e accenda l’aria condizionata? – mi ha chiesto l’unico e afflitto cameriere.
No – gli ho risposto. – Voglio soffrire.
Fame non ne avevo per niente, anche perché durante la giornata avevo trottato proprio nelle ore peggiori, dalle undici alle quindici, e quindi ho armeggiato a lungo con una bizzarra tagliata di manzo. Bizzarra perché in Sicilia si dovrebbe mangiare il pesce, la tagliata era una fettina fatta a strisce. Radicchio crudo per contorno e una birra non proprio fresca l’hanno accompagnata. Di fronte a me, in un bel terrazzo a mare, una famiglia se ne stava riunita a cena con il televisore all’aperto. E così sentivo frastuoni, riuscivo da lontano addirittura a vedere dei puntini in movimento. Ma dopo una buona mezz’ora, in quella famigliola il silenzio dominava. Al cameriere che finalmente mi portava un mezzo limone da spremere su quel che restava della tagliata senza sapore, ho chiesto:
Zero a zero, suppongo.
No – mi ha risposto lui afflitto. – Uno a zero per loro. All’ottavo.
Un filo di radicchio mi si piazza in gola e quasi mi strozza. E certo, perché nel mio caso mica ci stava solo di mezzo l’Italia. Nel caso mio di paesi che ne stavano di mezzo due: l’Italia, è ovvio, che stava lì a giocare, ma pure il Portogallo, proprio dalla Spagna eliminato. Già, perché essendo sposata con un portoghese, ormai mi tocca tifare doppio. Dunque, l’Italia, oltre a vincere, doveva pure vendicare i lusitani.
Ma finita la tagliata e la birra tiepida, che altro dovevo fare in quella sala vuota? Niente.
Si vada a vedere la partita sul maxischermo in piazza – mi ha detto il cameriere. – Lei che può.
Ma come glielo potevo spiegare che per via di un omicidio di massa io non dovevo vedere nemmeno quella partita? Non potevo e ho taciuto. Allora me ne sono andata in camera da letto e fino alla fine mi sono scambiata degli sms con mio marito che stava a Lisbona e come me non stava vedendo la partita per la stessa ragione, ma ne seguiva, gli aggiornamenti minuto per minuto su internet. Un modo per sapere senza guardare.
E allora proprio è stata una cosa da sentirsi male. Da uno i gol sono diventati due alla fine del primo tempo. E io ho pensato: “Si sa, chi segna per primo vince”. Però, allo stesso tempo, mi sono voluta consolare con l’idea che il pallone è e resta rotondo, che tutto può succedere sempre, fino all’ultimo minuto. Ma arrivati all’ultimo minuto l’Invincibile Armata di goal ne ha fatti quattro e noi siamo rimasti umiliati a zero. Alla fine, mio marito ed io ci siamo telefonati. Eravamo addolorati entrambi. Lui era addolorato anche per l’atteggiamento di certi portoghesi che secondo lui avevano tifato Spagna perché a perdere con i campioni c’era di che vergognarsi di meno. “Che visione da schiavi!” ho commentato schifata io. E lui mi ha dato ragione e si è messo a ridere. Poi, quando ci siamo salutati, conoscendomi, mi ha ricordato che era solo un gioco. Insomma, non dovevo prendermela ma mettermi subito a dormire che il giorno dopo avevo la sveglia alle sette per prendere il volo che da Catania mi avrebbe riportata Roma. E invece, questa sua raccomandazione non mi ha placata per niente, anzi, mi ha rinfocolato. Poi, proprio all’ultimo, quasi all’una di notte, è arrivato un pensiero a salvarmi. “Sono i campioni” mi sono detta, “ma di che? Di un omicidio di massa, dell’orrore puro”. Per me, questi Europei del 2012, saranno per sempre gli Europei della strage degli innocenti. Dovevamo vincerli proprio noi, italiani o portoghesi? No, proprio no. E mi sono placidamente addormentata.

 

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