[A] Dall'Agorà di ClubDante

Gianfranco Manfredi
Italia

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L'invention du sauvage


02/07/2012

C'è una pagina rimossa nella Storia moderna, la cui memoria, per quanto respinta, si è come codificata nel comune sentire occidentale (e non solo), marcando in profondità la nostra percezione dell'Altro da noi, e il nostro giudizio sugli altri popoli, identificati e classificati per etnie. La coscienza di specie, a cavallo tra ottocento e novecento, cede alla rappresentazione razziale, quasi coesistessero due diverse umanità: una primitiva e selvaggia, sopravvissuta come residuale testimonianza di una Storia primigenia e obsoleta, destinata a sparire; l'altra civilizzata, insieme nazionale e mondialista, tappa superiore dello sviluppo culturale e persino biologico dell'essere umano, unico metro di misura per giudicare il diverso da noi, tanto quanto il diverso tra noi. Sto parlando degli "zoo umani", cioé delle esibizioni che esponevano di fronte ai frequentatori delle grandi esposizioni internazionali, come delle fiere popolari e dei circhi, esemplari viventi di popolazioni esotiche, in parallelo ai freaks, alle difformità e deformità di ogni genere, a costituire una sorta di museo itinerante dell'anormalità, e insieme un'abitudine di massa alla spettacolarizzazione/mercificazione del corpo. Gli "zoo umani", cui è dedicata questa importante mostra parigina, sono stati il primo modello moderno di spettacolo popolare di massa mondializzato, precedendo lo sport, la musica e il cinema, orientando il giornalismo, la letteratura, le arti figurative, il teatro, e finendo per costruire due immagini contrapposte di due differenti standard di umanità.

Si calcola che circa un miliardo e mezzo di visitatori abbia frequentato questi spettacoli, da Amburgo ad Amsterdam, da Parigi a Chicago, da Barcellona a Bruxelles, da Osaka a Wembley. Cui va aggiunto l'incalcolabile numero dei frequentatori delle fiere e dei luna-park sparsi per tutto il globo. Il razzismo scientista, la ricerca dell'anello mancante tra l'uomo e la scimmia, l'ideologia coloniale della conquista e della sottomissione, attraverso queste mostre di mostruosità, si imprime fortemente nell'immaginazione popolare, capovolgendo il mito illuminista del buon selvaggio, e dando vita a quel razzismo diffuso che continua a permanere nonostante l'apparente rifiuto politically correct del razzismo militante. Per illustrare questa genesi, l'esposizione parigina, frutto di una decina d'anni di lavoro da parte di un'equipe internazionale di ricercatori, si propone come un corso didattico, adattissimo alle scuole, utilissimo per la coscienza comune, tassello fondamentale per la comprensione di una vera e propria distorsione della percezione collettiva che continua a far danni in ambiti assai più vasti della definizione di "selvaggio", verso una concezione della diversità come minorità e come menomazione, di fronte alla quale non sarebbero gli osservatori a doversi vergognare, ma gli osservati. La mostra sceglie saggiamente di non affondare il coltello, evitando di diffondersi sugli aspetti più crudelmente osceni di queste esibizioni, nella preoccupazione più che giustificata di non diventare essa stessa oggetto di interesse morboso, esposizione mostruosa della mostruosità a vantaggio del senso di superiorità di chi si sente emancipato tanto dalla condizione "selvaggia", quanto dai pregiudizi dei nostri nonni e bisnonni. I visitatori della mostra non vengono dunque condotti dal percorso espositivo a sentirsi superiori ed evoluti, bensì smarriti nel prendere coscienza dell'origine dimenticata (ma tutt'altro che remota) di una perdurante malattia dello spirito che fece scrivere all'antropologo Claude Lévi-Strauss queste profetiche parole: "Mai come al termine degli ultimi quattro secoli della sua Storia, l'uomo occidentale si è mostrato incapace di comprendere che arrogandosi il diritto di separare radicalmente l'umanità dall'animalità, accordando all'una ciò che si nega all'altra, avrebbe aperto un ciclo maledetto e che la stessa frontiera, costantemente arretrata, sarebbe servita a dividere gli uomini dagli altri uomini."

L'ultima tappa dell'esposizione, ricchissima di quadri, manifesti, fotografie, filmati d'epoca, ci esemplifica in un'installazione video come questa frontiera abbia seminato e continui a far germinare separazioni ed esclusioni di ogni tipo (fisiche, sessuali, religiose, persino estetiche) raffigurando la diversità come scarto, e trasformando ogni differenza individuale dai modelli socialmente prescritti, in senso di inferiorità e di colpa. Agli intenti educativi della mostra, fa da riscontro e da approfondimento, un corposo volume di quarantasei saggi specifici (Zoos humains et exhibitions coloniales/ 150 ans d'invention de l'Autre, edito da La Découverte, 2011, edizione rinnovata e ampiamente aumentata, in occasione della mostra, della precedente pubblicata nel 2002) tra i quali figurano anche i contributi di tre studiosi italiani: Guido Abbattista, Nicola Labanca e Antonio Guerci. Per chi volesse approfondire l'argomento, consiglio anche la raccolta di brevi saggi a cura di Gabriele Mina, Elephant Man, l'eroe della diversità /Dal freak show vittoriano al cinema di Lynch (Le Mani, 2010).

 

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