[A] Dall'Agorà di ClubDante

Sergio del Molino
Spagna

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Come mi organizzo una presentazione


02/05/2012

Organizzare una presentazione è soltanto una pratica innocua che si sbriga con un paio di mail e una telefonata. Non racchiude nessun mistero, tranne quando le cose si complicano. Però ci sono presentazioni che nascono come me, sfigate. Generalmente, queste stupidaggini non si raccontano in pubblico. Prima di tutto perché sono noiose e non interessanti; è come se un’azienda ti descrivesse nei dettagli il suo processo di catalogazione o come confeziona i suoi prodotti. Però a Barcellona si è verificato un tale cumulo di disastri che la noia si è trasformata in divertimento.

O in qualcosa di simile al divertimento. Perché queste cose sono divertenti soltanto quando capitano agli altri.

Passo numero uno per organizzare una presentazione: trovare qualcuno che ti presenti. Nella tua città è facile. Prendi un amico, lo ubriachi a puntino e gli offri favori sessuali che non gli pagherai, e la pratica è sbrigata. Però, quando esci dal tuo paesello, devi cercarti un maestro di cerimonie adeguato, qualcuno che ti introduca nella buona società letteraria del luogo. La mia agente, Ella Sher, mi ha proposto Álvaro Colomer, che non conoscevo personalmente, ma che seguo attraverso i suoi articoli su La Vanguardia. Álvaro ha ricevuto il libro, ha iniziato a leggerlo, ha detto di sì, che mi presentava, e tutti molto amici. Però a quel punto la Fnac ci ha cambiato la data che aveva indicato all'inizio, per una serie di piccole incomprensioni, e la nuova data non andava bene ad Álvaro, che a quell’ora di quel giorno doveva tenere una lezione.

Io: E non si può cambiare il giorno?

Fnac: Per la gloria di mia madre, che è francese e trotzkista, proprio no. Hai idea di com’è messa Barcellona ad aprile a scrittori, fill meu? Aprile è il mese più crudele, aprile è Sant Jordi. Ad aprile persino i sassi di Barcellona e i mimi della Rambla presentano libri. Impossible, nein, nonsene, nisba.

Cerchiamo qualcun altro, allora. E inizio a cercarlo, senza sapere quanto avrei sofferto.

Mi rivolgo a Martínez de Pisón: Pisón del mio cuore, ti andrebbe di dire qualche parolina sul mio libricino, dato che hai il gran vantaggio sugli altri di averlo già letto e di avere perfino scritto un blurb per la fascetta?

Pisón: Mi piacerebbe molto, però per quel giorno mi sono già impegnato con Vila-Matas, che presenta il suo romanzo.

Come? Cosa? Vila-Matas fa una presentazione a Barcellona nella stessa ora in cui la faccio io? Molto bene, faremo l'eco alla Fnac, non verrà nessuno, ma proprio nessuno.

Fnac: Calmati, avete pubblici diversi.

Io: Sì, certo, il suo pubblico è fatto di persone con attributi nitidamente umani e con capacità acquisitiva, e il mio di amici immaginari. Sono pubblici diversi.

Nel frattempo, una bella traduttrice che non nominerò perché non ama i protagonismi, ha addotto timidezza estrema e panico da palcoscenico per rifiutarsi di presentarmi. Allora ho chiamato anche Rodrigo Fresán.

Fresán: Lo farei con piacere, Sergio, però per quel giorno e a quell’ora mi sono impegnato per presentare il romanzo di Juan Villoro a Barcellona.

Io: Villoro! Quoque tu, figlio mio? Villoro e Vila-Matas. Due contro uno, merda per ognuno, come si diceva a scuola. Siete bravi a mettervi, approfittatori, mentori delle lettere, con un giovane signor nessuno come me. Prendetevela con quelli della vostra taglia.

Allora parlo con Jordi Corominas, poeta, critico e prezzemolino in ogni minestra letteraria.

Jordi: Smetti di cercare, Sergio, ora hai chi ti presenterà. E dopo andiamo a berci una bella birra analcolica in qualche osteria.

Io: Geniale, presentatore e cicerone di osterie in un colpo solo. Grazie, Jordi.

Jordi: Di niente, amico.

E rimango così, bello tranquillo, finché la settimana scorsa non mi capita di mandare una mail a Jordi per chiedergli come andava e metterci d’accordo per la presentazione.

Jordi: Amico mio, ma non era a giugno?

Io: No, è questo mercoledì. Aprile, 11 di aprile.

Jordi: No, no, no, mi hai detto giugno. Guarda, ho qui la tua mail: 11 di giugno.

Io: Merda, è vero, sono un cazzone, ti ho dato male la data, che rimbecillito. È che ho fatto lettere e mi ingarbuglio con i calendari.

Jordi: Questo mercoledì non posso, mi sono impegnato per presentare Vila-Matas.

Vila-Matas. Comincio a sentire molto questo cognome composto e con il trattino.

Io: Va bene, d'accordo, Jordi, va’ in pace, però quello che mi ha detto delle osterie è ancora valido, no?

Jordi: Certo.

Corro a scrivere a Cristina Fallarás, in tono di supplica, raccontandole quello che ho raccontato fin qui, spargendo qualche lacrima nella mail, come le innamorate che inumidivano la carta delle lettere che inviavano ai loro fidanzati al fronte.

Io: Cristina, per favore, te ne sarò grato per l’eternità, te lo chiedo come un favore speciale.

Cristina: Scusami se mi scappa da ridere, ma nemmeno un’ora fa mi ha scritto Vila-Matas chiedendomi di partecipare alla sua presentazione.

Io: Nooooooooooooooooooooooooooooooooooooo.

Maledetto Vila-Matas, mi hai anticipato ancora una volta. Tuoni, fulmini e saette, il mio arcinemico mi ha beffato di nuovo. Ma quanti scrittori ci vogliono per presentare un romanzo di Vila-Matas?

Cristina: Però stai tranquillo, risolviamo tutto rapidamente. Ti va bene Raúl Argemí?

Io: Benissimo! Il problema è se io vado bene a Raúl Argemí.

Parecchie mail dopo, quando Raúl ha utilizzato la parola “vecchio” al vocativo per riferirsi a me, ho capito che tutto era all right. Ed egregiamente: non solo la presentazione era assicurata, ma mi presentava anche un grande, un lupo grigio del noir.

Raúl mi ha fatto l'onore di leggersi il libro d’un fiato, e ha addirittura detto che gli è piaciuto, che se l'è goduto e che ha apprezzato il personaggio di Irigoyen. Io, devo confessarlo, avevo paura di quel che un argentino avrebbe potuto pensare dell'Irigoyen del mio romanzo, però Argemí, che ha avuto la disgrazia di soffrire la dittatura di Videla, l'ha detto chiaramente: «Io ne ho conosciuti molti come lui, è perfetto».

Io: Infatti è ispirato a un argentino reale.

Argemí: È che noi argentini siamo dei figli di puttana.

Argemí non lo è. Ve lo dico io (figlio di puttana, voglio dire; argentino sì, e anche mezzo patagonico, che è un modo essenziale e trascendentale di essere argentino).

Il piccolo conclave di sbandati e di amici che si è riunito alla Fnac Triangle si è goduto l’umorismo e la loquacità di Argemí. Qui ci si può vedere, molto soddisfatti, come se Vila-Matas e Villoro non si stessero portando via la gloria in altri spazi della città. Il fotografo è Mario de los Santos.

La cosa importante è che abbiamo passato la serata a bere molti succhi di frutta, e potrei concludere questa cronaca da quattro soldi con un neretto su un incontro che si è prolungato fino a tardi (nell'argot giornalistico, cioè nell'argot dei lavori perduti, un neretto è una cronaca mondana in cui si sottolineano in neretto, appunto, i nomi dei Vip che adornano con la loro magnificenza la festa di cui si parla).

Siamo finiti al Giardinetto, un locale di una traversa di Balmes in cui erano soliti recarsi i noiosi della gauche divine degli anni Sessanta. Ed è vero che la boîte è molto gauche divine, con una moquette verde pistacchio e un cameriere con il papillon. I prezzi, però, non erano del 1960. Li avevano attualizzati, i grandi esteti. Lì ho potuto salutare Jaun Villoro, il perfido, che era emozionato perché aveva da poco scoperto che suo nonno non era di Barcellona, ma di un paese vicino a Saragozza. Ha fatto un’apparizione anche Rodrigo Fresán, che si è ritirato presto, dimostrando molta intelligenza, e ho potuto chiacchierare con tutta la claque di Vila-Matas, ma non con Vila-Matas himself, che se n’era andato da un pezzo. La mia vendetta, di conseguenza, dovrà attendere.

Nel frattempo mi sono vendicato per metà brindando a pepsicola con tutta la corte di Vila-Matas. C'erano Martínez de Pisón, Cristina Fallarás, la superagente letteraria Mónica Martín, Jordi Corominas  – che deve ancora portarmi in qualche osteria, perché un posto che si chiama Il Giardinetto non è un’osteria neanche per scherzo – e tanta altra gente. Tutti molto cortesi e intenti a bere Bitter Kas e limonata Fanta.

Mi sono divertito in particolare con Pablo Bieger, che qualcuno ricorderà per il mio libro Soldados en el  jardín de la paz, e con Javier Rodrigo, il nostro Javivi, con il quale ho fatto il sebaldiano o qualcosa del genere (che orrore, quanto mi fa male il Trina alla pesca, mi dispiace. Javi, sicuramente ho detto un sacco di stupidaggini). Ho bevuto un’acqua minerale con Álvaro Colomer, che dopo il suo impegno è scappato per apparire al nostro abbeveratoio, e ho conosciuto Iván Repila, che ha pubblicato Una comedia canalla per Libros del Silencio. Iván è di Bilbao e fa pugilato (uno scrittore pugile: il vecchio mito medievale della spada e la piuma, un Jorge Manrique dell’era Twitter), per cui è stata una grande audacia da parte mia fornirgli la mia franca opinione (con grida, smorfie e imitazioni offensive) sulla musica del suo adorato Enrique Bunbury. Siamo stati lì lì per darci appuntamento in strada, come due vecchi scaricatori di porto.

Vale a dire che tutto quello che si prefigurava come un disastro è finito in una grande festa con il suo epilogo di post-sbronza e lacune mentali. Come le belle storie d'amore.

La prossima settimana tocca presentare a Madrid. Datemi qualche giorno affinché il mio fegato filtri tutto il Nestea che ho ingurgitato a Barcellona e riprendiamo da dove avevamo lasciato.

 

(Traduzione di Carlo Tartivita)

 

 

 

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