[A] Dall'Agorà di ClubDante

Pietro Greco
Italia

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Arte e scienza (3)


25/06/2012

L’arte è un canale significativo della comunicazione della scienza. La proposta può sembrare una forzatura. In realtà è possibile dimostrare il ruolo primario che non solo la cultura estetica, ma anche quella propriamente artistica, assume nella costruzione dell’immaginario scientifico collettivo e individuale.

Prendiamo il caso dell’arte letteraria. Secondo Katherine Hayles i rapporti tra scienza e letteratura si dipanano lungo tre fili: la retorica, con mutuo scambio di registri comunicativi; i concetti, con il reciproco scambio di temi, metafore e analogie; la cultura profonda, con ciò che Eugenio Montale definiva l’oscuro pellegrinaggio di idee feconde e di strumenti epistemologici che passano, incessantemente, dall’una all’altra e che ordiscono la matrice culturale in cui si muove ciascuno di noi.

Lo storico della fisica e del pensiero scientifico Gerald Holton ha chiamato themata gli oggetti di questo oscuro pellegrinaggio. E ha sostenuto, probabilmente a ragione, che lo scambio di questi strumenti epistemologici tra scienza e letteratura contribuisce a quel complesso e radicale riorientamento metaforico che nella scienza, come più in generale, nella cultura costituisce un «cambio di paradigma».

Consideriamo il caso del Sidereus nuncius, scritto da Galileo Galilei nel 1610, dopo le osservazioni col cannocchiale della superficie scabrosa della Luna, dei satelliti di Giove, delle stelle infinite effettuate nell’inverno tra il 1609 e il 1610. Ebbene all’inizio del Seicento, quel libro scientifico assume i caratteri di un fenomeno culturale di massa (uno dei primi).

«Evento sensazionale – commenta la storica Elizabeth Eisenstein – il Sidereus Nuncius non solo catapultò il suo autore nella posizione di celebrità internazionale, ma fece anche per l’astronomia ciò che i primi libelli di Lutero avevano fatto per la teologia: suscitò eccitazione letteraria e generò pubblicità di tipo nuovo». Insomma, contribuì, più di ogni altro libro prima, a rendere l’astronomia (e, di riflesso, la nuova scienza) una dimensione culturale di massa.

E come realizzò tutto questo? Sposando lo spirito dei tempi. Entrando in sintonia con l’imperativo barocco delle novità e della meraviglia a ogni costo: scoprite nuovi mondi o affogate, andava predicando agli uomini di lettere il poeta Gabriello Chiabrera.

Raffigurando il mondo ultralunare com’era il mondo terrestre, corruttibile e imperfetto; ricomponendo, quindi, l’unità fisica dell’universo; mostrando che esiste almeno un altro pianeta, Giove, intorno a cui ruotano delle lune e che quindi, per analogia, è possibile che il modello copernicano dell’universo non sia un artificio matematico ma una realtà fisica; dimostrando che in cielo ci sono molte più stelle fisse di quelle visibili ad occhio nudo, e che quindi l’universo non è chiuso e finito, come appare nella descrizione aristotelico-tolemaica, ma è appunto un universo enorme e forse infinito, Galileo propone novità «grandi invero».

Ma questa novità sono diffuse e diventano cultura di massa grazie anche all’azione che immediatamente svolgono poeti, letterati, pittori.

Ludovico Cardi da Cigoli, che è amico di Galileo, si lascia ispirare dai disegni del fisico fiorentino quando deve raffigurare la luna (con tanto di macchie, crateri e asperità) sotto l’immagine della Madonna nell’Assunzione della Vergine affrescata sotto la cupola della cappella paolina della chiesa di Santa Maria Maggiore a Roma.

Adam Elsheimer raffigura il nuovo «cielo galileano» quando dipinge la Fuga in Egitto, l’opera cui tiene di più, «con il naturalismo – scrive Andrea Battistini – fino allora inedito in pittura, dello sperimentatore avvezzo a scrutare il firmamento attraverso il cannocchiale».

D’altra parte Galileo stesso diventa punto di riferimento di una folta schiera di poeti e, insieme al suo annuncio, entra da protagonista in una serie ancora più fitta di poesie, alcune encomiastiche, come quelle, tra gli altri, di Giambattista Manso, Giovanni Battista Marino, Gabriello Chiabrera, Johannes Faber di Bamberg, Giuseppe Battista e John Milton nel suo Paradise Lost.

«Vicisti, Galileae!», scrive di getto lo scozzese Thomas Seggett in una poesia in latino citata nella Narratio de Jovis Satellitibus che Keplero scrive in onore di Galileo l’11 settembre del 1610. Da notare che sono passati meno di sette mesi dall’uscita del libro e già il Nuncius rimbalza più volte tra il mondo della scienza e quello dell’arte.

Non tutti sono, in realtà, cantori estatici dell’annuncio galileano. In preda all’angoscia, nel 1611, il poeta inglese John Donne scrive:

 

La nuova filosofia pone tutto in dubbio […]

Si sono persi il sole e la terra, né ingegno d’uomo

Può bene indirizzare dove cercarli […]

Tutto è in pezzi, ogni coerenza se n’è andata

Ogni supporto e ogni relazione.

 

Ma, al di là della natura delle emozioni che suscita, è certo che il Sidereus Nuncius colpisce non solo gli esperti, “filosofi e astronomi”, ma l’intera cultura di massa europea. Persino i numerologi si lasciarono ispirare dalla scoperta dei quattro pianeti medicei per tessere nuove reti di corrispondenze numeriche intorno al cosmo e all’essenza dell’uomo.

La diffusione dell’annuncio sidereo «con altri mezzi» viene rilanciata, interpretata, amplificata dai più svariati gruppi di intellettuali in quel Seicento barocco. Ed è questo, a ben vedere, che rende immediatamente cultura le osservazioni galileane, contribuendo rapidamente a costruire (o meglio, a ricostruire) un «immaginario scientifico» di massa mentre la scienza va ancora formandosi.

L’importanza, per la scienza, di questo processo è ben presente allo stesso Galileo: «Si concede anco al Poeta il seminare alcune scientifiche speculazioni».

Anche in tempi moderni questa utilizzo delle metafora artistica è comune. Pensiamo, per esempio, alla fotografia con cui Oliviero Toscani ci propone – a fini pubblicitari – una rappresentazione di un malato di Aids. Quanto ha contribuito questa immagine a rimodellare il nostro immaginario relativo a questa malattia infettiva?

D’altra parte l’immaginario intorno a un’altra specifica malattia, la follia, è stato continuamente stimolato, nel corso della storia, dalla sua rappresentazione artistica. Nella Nave dei folli dipinta da Hieronymus Bosch tra i 1490 e il 1500, cosa viene proposta se non la separazione dei folli dalla società. Separazione che nella società contadina non si verifica mai.

E, in tempi più recenti, non è stata forse la fotografia uno strumento potente di denuncia dell’esclusione dei folli dal resto della società operata dai manicomi? Nelle foto di Luciano d’Alessandro, per esempio, possiamo toccare con mano questo senso l’esclusione e l’isolamento del folle.

Dopo la legge Basaglia le barriere di comunicazione cadono. E la fotografia ancora una volta ci conferma che non è possibile distinguere, con chiarezza, ciò che è follia e ciò che non lo è.

 

L’arte nell'arcipelago della comunicazione.

Se teniamo conto di come l’arte contribuisce continuamente a (ri)costruire il nostro immaginario scientifico, dobbiamo prenderla, dunque, in gran considerazione quando parliamo di comunicazione pubblica della scienza. Una comunicazione che ha assunto un ruolo decisivo, oggi, sia per lo sviluppo della conoscenza scientifica, sia per lo sviluppo democratico della società.

Viviamo, infatti, in un periodo di transizione nel modo di lavorare degli scienziati. Dall’era accademica stiamo passando o siamo già passati nell’era post-accademica della scienza. Il passaggio sta comportando una revisione o una reinterpretazione di alcuni valori fondanti dell’attività scientifica.

Un carattere decisivo della transizione è questo: nell’epoca accademica le decisioni rilevanti per lo sviluppo della scienza venivano prese pressoché esclusivamente all’interno delle comunità scientifiche. In quelle che, non a caso, venivano chiamate torri d’avorio.

Nell’era post-accademica le decisione le decisioni rilevanti per lo sviluppo della conoscenza scientifica vengono prese in compartecipazione tra gli scienziati e una serie di pubblici di non esperti.

Siamo quindi passati da un mondo in cui scienza e società erano sostanzialmente separati, a un mondo in cui scienza e società sono fortemente interpenetrati. In questo quadro, il problema della comunicazione pubblica della scienza cambia fortemente. Se prima per lo sviluppo della scienza la comunicazione rilevante era solo e unicamente la comunicazione interna, la comunicazione tra scienziati, oggi è diventata rilevante anche la comunicazione della scienza che coinvolge i pubblici di non esperti.

Il problema riguarda da vicino noi tutti. Perché in questo medesimo periodo post-accademico la scienza è diventata sempre più una delle leve fondamentali della dinamica sociale: è la fonte di conoscenza cui attinge in modo sistematico tutta l’innovazione tecnologica. Oggi vediamo che le tematiche scientifiche attraversano trasversalmente la politica e la società. Negli Stati Uniti un collante della maggioranza politica che ha sostenuto le due Amministrazioni di George W. Bush è stata una precisa visione bioetica e, persino, una precisa visione (anti)scientifica: quella del creazionismo che si oppone alla teoria darwiniana dell’evoluzione biologica.

Noi tutti, in un modo o nell’altro, siamo chiamati ad assumere decisioni rilevanti su temi scientifici, i più svariati: dalle cellule staminali e dalla clonazione, al clima che cambia e al controllo delle nuove armi di distruzione di massa. Gli argomenti con una valenza scientifica sono, sempre più spesso, in testa all’agenda politica e sociale. D’altra parte è difficile interpretare il mondo contemporaneo senza avere la minima capacità d’interpretare l’evoluzione della scienza (e della tecnologia che alla scienza fa capo). Allora la comunicazione intorno a questi argomenti è diventato un problema rilevante non solo per gli scienziati, ma per l’intera società.

In sintesi, una società pienamente democratica oggi è una società che ha grande consapevolezza delle questioni scientifiche in campo e dei processi di comunicazione che le riguardano.

L’arte è uno degli strumenti principali scelti dall’uomo per interpretare la realtà e per comunicare. Per tutte le ragioni che abbiamo detto e altre ancora, nell’era post-accademica della scienza l’arte diventa uno dei canali principali attraverso cui si diffondono le «scientifiche speculazioni». È per questo motivo, dunque, che il rapporto tra scienza e arte, da sempre importante per lo sviluppo culturale della società, è diventato un elemento importante per lo sviluppo stesso della democrazia.

 

(Fine. Le due puntate precedenti sono reperibili a questi link:

http://www.clubdante.net/cd/faces/includes/public_agora.xhtml?own=AUTHOR&item=85&currentLanguage=it

http://www.clubdante.net/cd/faces/includes/public_agora.xhtml?own=AUTHOR&item=187&currentLanguage=it

 

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