[A] Dall'Agorà di ClubDante

Amir Valle
Cuba

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Odii che ritornano


24/06/2012

Vivere in tempi di crisi è lanotizia, anche se non lo è tanto per me, un cubano. Sono venuto al mondo nel bel mezzo di quella crisi interminabile in cui è immerso il mio Paese e mi sono abituato, fra le altre cose, a sapere che mi toccava solo un giocattolo all’anno. Gli altri, me li inventavo. Bastavano quattro vecchie lattine inchiodate a un pezzo di legno per avere un bellissimo camion con cui correvo incantato per le strade di terra del mio paese.

Il fatto è che vivere nella crisi ti fa apprezzare di più il senso reale della parola “necessità”: consumi ciò che puoi e cerchi soltanto ciò di cui hai bisogno. Il lusso non conta. E così, almeno in casa mia, all’Avana e adesso a Berlino, manteniamo l’abitudine di comprare unicamente il necessario, di vestirci pensando alla dignità e non al lusso, di evitare di indebitarci per “acquisti” che saremo condannati a pagare quasi per l’eternità, e ancor meno, di cadere nelle grinfie dei prestiti o di utilizzare gli scoperti delle nostre carte di credito. «Sei un animale rarissimo», mi ha detto qualche giorno fa il mio traduttore tedesco. Ho risposto: «La colpa è di quell’innominabile dinosauro che ha il merito di aver gestito per più di quarant’anni la crisi più lunga mai sofferta da una nazione; colui che proprio ora, ormai lontano dal potere, continua ad assicurare ai cubani che tutti i problemi alimentari verranno risolti seminando tutta l’isola a moringa, una pianta che, secondo le sue parole, è «una fonte inesauribile di carne, uova e latte».

La cancelliera Angela Merkel e i presidenti Mario Monti (Italia), François Hollande (Francia) e Mariano Rajoy (Spagna) hanno appena annunciato una verità nota a tutti grazie alla dura realtà: ciò che è stato fatto finora per la crisi dell’euro è insufficiente. La Merkel ritiene giusto spendere l’uno per cento del Pil dell’Unione europea in misure per la crescita. Hollande insiste per introdurre gli eurobond prima di dieci anni e per lavorare a introdurre anche una tassa sulle transazioni finanziarie.

Confesso di capire meglio l’ebraico antico, che ho studiato in un Corso Biblico un anno fa, che tutte queste chiacchiere economiche.

Ho detto “chiacchiere”. Fino ad oggi, tutte le loro idee sono servite solo a rendere più profonda la crisi. Ma al di là dei licenziamenti quasi multimilionari; delle centinaia di migliaia di europei senza tetto e senza copertura sociale; dell’allarmante incremento dei tassi di suicidio in tutti i paesi della regione; e della galoppante emigrazione di europei perfino verso i paesi più poveri dell’Asia, dell’Africa e dell’America latina, dobbiamo fare attenzione all’attuale rinascita degli odii nazionali.

Di questo non si parla. E so bene, perché noi cubani l’abbiamo vissuto, che le crisi più distruttive si producono nelle menti. Così, di colpo, nessuno si meraviglia se una semplice partita di calcio tra Germania e Grecia viene annunciata da giornalisti greci come una «possibilità di rivincita» contro la «supremazia economica tedesca»; né se i giornali italiani assicurano che «i tedeschi non vogliono accettare gli eurobond» (e non «il governo tedesco»); né se i tedeschi, vedendo il loro alto livello di vita cadere a picco per finanziare le crisi esterne, stanno chiedendo di scrollarsi di dosso il resto dei «parassiti»… C’è una crescita di rancori e di odii che sta passando inavvertita. Ed è molto pericolosa. Nel meno pericoloso dei casi, non vorrei che l’Europa si ammali di quegli stessi odii inconciliabili che oggi gravano sul mio paese, sorti anch’essi da una crisi.

 

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