[A] Dall'Agorà di ClubDante

Mónica Lavín
Messico

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Dalla stratosfera


22/06/2012

L’agitazione, gli incontri: il G-20 a Los Cabos alla ricerca di rimedi per la disastrata economia mondiale; la violenza in Siria; le elezioni in Grecia; il movimento #YoSoy132 convocatosi nello Zócalo di Città del Messico; Javier Sicilia che estende la sua marcia per frenare la violenza del e contro il narcotraffico; i minatori che protestano a Oviedo; le migliaia di persone riunite a Stonehenge per il solstizio d'estate; le suore statunitensi in viaggio per denunciare diseguaglianza e povertà. Un mondo di moltitudini, questo è il mondo che leggiamo sulla stampa. Un mondo interconnesso, di Twitter e Facebook, in cui le notizie viaggiano nella rete più rapide della nostra capacità di analisi e di espressione. Velocità d'informazione, reti all'infinito, molti, quasi tutti. Perché oltre l'atmosfera terrestre le cose funzionano in un altro modo. Si tratta di velocità e connessioni, però di un altro tipo. Più adatte a un racconto di Bradbury o di Asimov. Dall'orbita terrestre, tre astronauti cinesi – due uomini e la prima donna cinese in missione spaziale – guardano il nostro pianeta come un lontano puntino azzurro (è stato Carl Sagan a renderci coscienti di questa immagine della Terra dallo spazio). Lo scorso sabato è stata lanciata l'astronave Shenzou IX, con i tre membri dell'equipaggio diretti verso il punto dove dovevano incontrare il modulo Tiangong, con cui hanno realizzato un delicato e complesso aggancio, mentre le astronavi viaggiavano a 28 mila chilometri all'ora. Il Vascello divino e il Palazzo celestiale formeranno una nuova stazione.

Questi erano i temi con cui gli audaci anni Sessanta ci meravigliavano, quando la guerra fredda tra URSS e USA si svolgeva nel campo tecnologico, mettendo un piede sulla Luna. I cinesi entrano in scena sessant'anni dopo. Però non sono le imprese di questo o quel paese a catturare la mia attenzione, ma l'inusuale quiete in cui vivranno per tredici giorni i membri dell'equipaggio, mentre in diversi punti della Terra si celebra il giorno più lungo dell'anno. Non un calo della tensione, ma piuttosto un concentrarsi sui dettagli della loro missione, riuscire a operare un aggancio manuale, per avere delle alternative di fronte alla sfide dell'automazione. Una volta uniti i moduli, alcuni dormiranno nel palazzo, altri nel vascello. Viene da pensare alla densità di una notte a svariati chilometri dal proprio pianeta madre, da una prospettiva che risolve le urgenze, i problemi. In quel momento ciascuno è più Haipeng, più Wang, più Liu. Più grandi, più soli e più contagiati dal mistero di vivere nell'immensità. Nessuno li guarda, se non in quei brevi instanti in cui posano per le telecamere. Penso a quella conferenza stampa a cui mi capitò di partecipare negli anni Novanta, quando ci collegammo con l'equipaggio della stazione MIR e conversammo con i suoi membri. Gli astronauti sorridevano, sembrava che raccontassero barzellette al bancone di un bar, come colleghi fuori dal lavoro, tanto terreni quanto distanti. Ognuna delle domande, scelte a sorte, che facevamo noi che eravamo riuniti nel WTC (un edificio cresciuto con la promessa di trasformarsi nell'Hotel de México), risultava assurda, letteralmente fuori luogo. Perché tutte miravano alla nostra essenza in quella situazione limite: «Pensa alla morte?». E soprattutto «Come sembriamo noi esseri (mi ha sempre preoccupato questa parola) umani dalla stratosfera?», «Che razza di animali siamo?» (C'è un entomologo a bordo?). Come funziona lo specchio della matrigna di Biancaneve, adesso che siamo tornati ad accorgerci dei pericoli del bosco nelle narrazioni letterarie e audiovisive (leggete Cristina Rivera Garza e El mal de la taiga, anche se il dizionario dell'iPad non conosce il vocabolo taiga)? Una questione di prospettiva o di cecità: qualsiasi qualità ottica, come sosteneva Proust, è propria del romanzo. Perché, mentre i tre astronauti cinesi collegano astronavi e pensano di sopravvivere e di esaltare le nostre capacità di specie sopravvissuta, un robot monitorato dalla NASA, il Curiosity, avanza sulla superficie di Marte per raccogliere e analizzare materiale del cratere Gale. Prove organiche, tracce di acqua che confermino che altri condividono la responsabilità della vita e della sua distruzione, che la vita non è una formula metafisica, ma un nascere, crescere, riprodursi e morire. Che i venti minuti intercorrenti tra il segnale dal comando a distanza e l'azione del dispositivo confermino che ci troviamo nel tempo, come nelle narrazioni. Che sebbene le moltitudini sul pianeta azzurro contravvengano al destino della solitudine, qualcos'altro ci libererà dall'angoscia di essere vivi, nominando il tangibile e l'ineffabile, nel Sistema solare o oltre.

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