[A] Dall'Agorà di ClubDante

Silvia Albertazzi
Italia

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Ho sposato un esodato


15/06/2012

Ho sposato un esodato. A dire il vero, quando l’ho sposato questo termine non esisteva. E comunque, a quei tempi ero io quella che testava sulla sua pelle le parole di moda: precaria, assegnista, pendolare, borsista, incaricata, sempre col fiato sospeso per qualche contratto da fame il cui rinnovo dipendeva dalla firma del barone di turno, sempre in moto da Trieste in giù (come cantava la Carrà, più o meno in quegli anni) mentre lui era inamovibile dietro lo sportello, in banca, a contare soldi non suoi, fino a farsi venire l’allergia alle banconote (come accadeva al cassiere di un film di Elio Petri, più o meno in quegli anni). La banca era il prezzo che aveva pagato per portarmi via, che continuava a pagare per permettermi di non seppellirmi a insegnare in una scuola di periferia; un prezzo che ai nostri genitori sembrava piuttosto una manna piovuta dal cielo, perché loro non avevano mai colto l’ironia dei Gufi quando cantavano “io vado in banca, stipendio fisso / così mi piazzo e non se ne parla più”.
E in effetti, per quasi quattro decenni, di cambiamenti radicali, per lui, “non se n’è più parlato”: è cambiato il nome della banca, due o tre volte; sono cambiate le sue mansioni; è cambiato persino il nome del suo lavoro, che è  diventato difficilissimo da pronunciare, impossibile da comprendere, perché è stato tradotto in quell’inglese managerial/maccheronico tanto in voga nelle nostre imprese, ma che nessun suddito di Elisabetta II riuscirebbe a decifrare. Poi, s’è palesata la possibilità di lasciare la banca in anticipo; alla prima proposta, ha risposto no. Alla seconda, più vantaggiosa, frutto di un accordo coi sindacati (e pertanto, apparentemente, più garantita) non ha saputo resistere. E tuttavia, qualche mese dopo aver accettato, le regole del gioco sono state cambiate in corsa, dall’alto. Da allora lui aspetta, come tanti altri, Godot, e come tutti quegli altri, e, prima di loro, come Vladimiro e Estragone, non si trova di fronte che parole senza senso, numeri alla rinfusa, un futuro che è solo attesa.
Nello strano gioco di Monopoli che è diventata la nostra vita, siamo stati rimandati al “Via”: soltanto, ora è lui il neologismo ambulante; io, che a causa delle stesse regole cambiate durante il gioco, ho visto allontanarsi tanto da sfumare definitivamente all’orizzonte la possibilità di un’ipotetica pensione, ora dovrei essere quella che “s’è piazzata / e non se ne parla più”. Peccato che, nel frattempo, abbiamo cominciato a incarnare, come coppia, un altro neologismo da crisi: siamo diventati “ammortizzatori sociali” per nostro figlio, laureato iper-precario. Non è difficile immaginare che cosa potrebbe riservarci il prossimo lancio dei dadi truccati di Madama la Ministra: “andate in prigione senza passare dal via!”

 

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