[A] Dall'Agorà di ClubDante

Sergio del Molino
Spagna

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Bulli in un paese di bulli


14/06/2012

Questa settimana mi sono convinto che l’unico motivo per cui le strade di Spagna non stanno bruciando e il governo non si è dimesso è che, in fondo, un’immensa maggioranza degli spagnoli si identifica con i suoi governanti. Quando sabato scorso è stato dato l’annuncio che l’Unione europea avrebbe salvato le nostre banche con uno stanziamento di cento miliardi di euro, il paese si è scandalizzato per il fatto che fosse stato il ministro dell’Economia, Luis de Guindos, e non il presidente, a comunicare il disastro. L’atteggiamento del ministro, prepotente, superbo e autoritario, ha fatto indignare buona parte dei cittadini, ma è stato l’inverosimile intervento domenicale di Mariano Rajoy, poche ore prima di recarsi in Polonia per assistere alla partita contro l’Italia, a far incazzare definitivamente tutti. Rajoy e De Guindos si sono comportati come due cafoni maleducati, hanno sfacciatamente mentito agli spagnoli e, per di più, li hanno trattati come idioti. Vale a dire che si sono comportati come spagnoli.
La Spagna è un paese in cui quasi tutti gli autisti credono che le multe rispondano soltanto a una necessità di fare cassa, in cui chi emette regolarmente fattura e dichiara tutti i suoi redditi è trattato da scemo, in cui è socialmente accettato mentire per aggiudicarsi borse di studio o posti nelle scuole, in cui gli incarichi universitari si ottengono per amicizia, in cui vengono convocati concorsi pubblici a misura di amici e parenti, in cui si parcheggia in doppia fila e in cui gli intimi del potere abusano della frase «lei non sa con chi sta parlando». Ci si può meravigliare se un paese pieno di bulli, truffatori e bugiardi è governato da bulli, truffatori e bugiardi?
I politici non riconoscono mai un errore, e questo governo, che compie errori molte volte al giorno in maniera catastrofica, non sarà un’eccezione, però è difficile che i governanti si sentano spinti a correggersi e a scusarsi quando l’umiltà e la modestia non sono virtù che abbondino nella società che governano. È rarissimo chiedere scusa, riconoscere errori o rinunciare a responsabilità per cui non si è preparati. Lo spagnolo che lo fa quasi non è uno spagnolo, può darsi perfino che sia un antispagnolo. Qui vanno di moda l’orgoglio, l’arroccamento e l’abitudine di dare agli altri la colpa dei propri errori. Qui continuano a essere attuali i versi di Góngora: «Piedi caldi, pieno il ventre, me n’infischio della gente». Il bene comune e la res publica sono preoccupazioni da pusillanimi e da finocchi.
Rajoy e De Guindos riassumono la spagnolitudine in maniera esemplare. Con la loro prepotenza, con le loro menzogne, con il loro modo di disprezzare qualunque formalismo democratico. Sono iberici allo stato puro, pata negra, il riflesso più nitido di un paese di imbroglioni e di furbi che nasconde una truffa sotto ogni tappeto di ogni edificio amministrativo e uno svergognato in ogni auto blu. Mentono e ci disprezzano con atteggiamenti da mafiosi di quartiere perché non conoscono altri modi di far politica se non quelli del clan e perché sanno che devono rendere conto solo alla famiglia che li sostiene. Per loro, i cittadini e la sovranità nazionale sono sofismi d’importazione, invenzioni di filosofi del XVIII secolo.
Perciò restano al potere dopo aver defecato su tutti i formalismi democratici e di averci impataccati di merda: perché gli spagnoli sono come loro. Ci trattano con i modi borgatari, machisti e autoritari a cui siamo abituati. Sanno che, all’ombra dei nostri Guggenheim, dei nostri aeroporti senza aerei, dei nostri grattacieli della Castellana e delle nostre filigrane di Gaudí, ci sono solo personaggi da operetta, bulli goyeschi, bandoleros con pugnale e basette lunghe. Tipi indesiderabili quanto loro. Per questo ci trattano così.
Forse è il momento di rompere lo specchio e dimostrare che non siamo come loro, che siamo educati e perbene e che non ce li meritiamo. Anche se forse è già troppo tardi per questo.

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