[A] Dall'Agorà di ClubDante

José Ovejero
Spagna

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Leggere a 18 anni


13/06/2012

Qualche giorno fa, una ragazza diciottene, “amica” di Facebook, mi ha scritto che sono uno dei suoi autori di riferimento. Ho più di cinquant’anni e, anche se è logico supporre che i miei lettori siano di diverse età, normalmente non penso a persone così giovani come lettori dei miei libri. Naturalmente, trattandosi di un’amica di Facebook, potrebbe in realtà essere un avvocato quarantenne con la barba, ma comunque mi ha fatto ricordare altri incontri con giovani lettori, e questi ricordi mi hanno provocato un senso di inquietudine. Come sarà?, mi sono chiesto. Come sarà leggere Ovejero a diciott’anni?
A quell’età io leggevo Julio Cortázar, Peter Handke, Franz Kafka, Blas de Otero, Lawrence Durrel, Marguerite Yourcenar e altri autori meno noti ma che, ciascuno a suo modo, erano fondamentali per me; mi permettevano di essere molto più vivo, dato che parti di me che giacevano morte, rami ancora senza linfa o gelati dall’inclemenza della quotidianità, si mettevano a vibrare, sbocciavano miracolosamente quando li leggevo. Leggere quegli autori era come andare in una scuola in cui comprendevo la mia stessa esistenza. Sarà esagerato dire che senza di loro non sarei quello che sono? Che senza quelle letture non si sarebbero sviluppate la mia sensibilità, la mia capacità di rapportarmi agli altri, la mia attitudine all’introspezione? Mi interessavano davvero soltanto i libri che mi facevano diventare più ampio e più profondo, quelli che mi consentivano di nominare sensazioni e idee che mi perseguitavano confusamente. Poiché mi è stata sempre vietata l’esperienza religiosa dell’illuminazione, trovavo in alcune letture quel fugace istante in cui tutto acquistava un senso… anche se poi svaniva poco dopo e il mondo ritornava alla sua abituale confusione. Eppure quella vampata di bellezza o di orrore proveniente dalla lettura gettava una luce nuova sui miei passi futuri; lo riassumerei dicendo che, via via che leggevo, la mia ombra diventava più densa.
Ricordo una violenta discussione con un compagno di classe perché gli dissi che non mi era piaciuto Papillon, il bestseller del momento. Quel ragazzo di cui ho dimenticato il nome mi chiamò elitario, arrogante, snob. La stessa cosa che dicono oggi a quelli a cui non interessa Il codice Da Vinci, L’ombra del vento o la trilogia di Larsson. Allora non seppi spiegare al mio compagno che quei libri non mi sembrano né buoni né cattivi; semplicemente non mi forniscono quella comprensione che invece trovo in libri più esigenti. «Non leggo libri; preferisco guardare la televisione», mi diceva poco tempo fa un adolescente. «Leggere mi costa fatica, guardare la tele no». Per motivi simili, io preferisco vedere un film banale che leggere un libro banale: visto che si tratta di perdere il tempo, preferisco farlo senza alcuno sforzo. I libri che non mi costano nessuna fatica non mi attraggono perché mi raccontano ciò che già so, soddisfano le mie aspettative, aspirano soltanto a intrattenermi, come un quiz televisivo. Perferisco un libro che esige di farmi cambiare le mie abitudini di lettura, che mi grida ciò che non voglio ascoltare, che disseppellisce emozioni di cui preferirei non essere consapevole, o come minimo che mi permetta di affacciarmi a un aspetto della realtà, di qualunque realtà, che fino a quel momento ignoravo.
Quando avevo diciott'anni stavo scoprendo il mondo e me stesso; e c'erano molti libri che mi dicevano cose nuove su questi due temi fondamentali. Tuttavia negli ultimi anni trovo sempre meno libri che soddisfano queste aspettative. Un possibile motivo è che oggi ne so più di allora e quindi ci sono meno possibilità di realizzare nuove scoperte. Un'altra ragione, relazionata con la prima e più dolorosa, è che ho perso la capacità di entusiasmarmi. «Non ci sono più i film di una volta», mi diceva in un bar una donna che doveva avvicinarsi alle quaranta primavere. «Non è che sei tu a non essere più quella di una volta?», le ho risposto, e mi sembra che si sia offesa.
A diciotto o diciannove anni feci il mio primo viaggio in treno in giro per l'Europa. Viaggiavo da solo, con un biglietto dell'InterRail, senza progetti o percorsi prestabiliti. Siccome non avevo soldi per l'albergo, sceglievo spostamenti notturni, non dipendevo dalla meta: dovevano durare tutta la notte. All'epoca non mi importava arrivare ad Atene o a Helsinki: ogni cosa era nuova e interessante. Una mattina mi svegliai da qualche parte in Svezia, e aprii gli occhi ancora assopiti: le prime luci del giorno si riflettevano su un lago circondato da boschi; lembi di nebbia continuavano a galleggiare sulle acque come spettri in disfacimento; faceva freddo e la luce era metallica e prodigiosa; in quel paesaggio non si vedeva neanche una casa. Era un mondo fatto di acqua, vegetazione, bruma e luce. Mi emozionai così intensamente da ridere da solo; non volevo smettere di osservare quel paesaggio mai visto prima - mai in quel modo - con quella nitidezza, cosicché mi alzai e cominciai a camminare nel corridoio senza smettere di guardare dalla finestra, sorridendo o ridendo, mentre gli altri passeggeri dormivano. Continuo a ricordare quella sensazione di aver scoperto un luogo del quale non mi sarei mai voluto separare, quella nostalgia per la fugacità della bellezza.
Dopo quel viaggio ce ne sono stati molti altri. Sono stato in decine di posti di cui mi sono già dimenticato. L'anno scorso sono stato in Canada e ho visitato le Montagne Rocciose. Paesaggi che sono indubbiamente paragonabili a quelli visti nel mio viaggio di gioventù. Di fatto, mi sono piaciuti  molto. Niente di più.
E adesso penso a quella ragazza di diciott'anni, per la quale i miei libri forse sono anche una porta d'accesso per esperienze, idee e sensazioni nuove. Penso a lei e mi domando come sarà leggere Ovejero a quell'età. Mi domando se le avrò potuto dare qualcosa di quel che io, molto tempo fa, ho ricevuto da altri. E penso che questa sia l'unica eredità a cui si debba aspirare: non a comparire sui manuali di storia della letteratura, né a che una stazione della metropolitana porti il proprio nome, ma soltanto a fare in modo che una frase o una scena da me scritta provochi in qualche lettore una sensazione intensa e nuova, e che, sebbene successivamente la dimentichi, il suo eco continui a riverberarsi. Proprio come quando tiriamo una pietra in un lago e, dopo che il sasso scompare nelle profondità, piccole onde continuano, una dopo l'altra, a espandersi e a produrre tremori sulle sponde.

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