[A] Dall'Agorà di ClubDante

Diego Zandel
Italia

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Anarchici?


08/06/2012

Alla fine sembrerebbe che il presunto attentatore alla scuola Morvillo-Falcone sia stato incastrato: si tratta di un grossista di carburanti, incavolato con i giudici del tribunale di Brindisi per non aver ottenuto giustizia per una truffa di 342 mila euro di cui era stato vittima. Il gesto di un folle, insomma, perché solo un folle può reagire, qualunque sia la motivazione che lo ha spinto a compiere il gesto, mettendo una bomba davanti a una scuola e facendola esplodere scientemente all’ora in cui gli alunni vi entrano, con i tragici risultati che abbiamo visto: una ragazza morta, altre sei ferite gravemente.
Quindi, dietro all’attentato, nessuna pista mafiosa, come s’era ipotizzato in un primo momento, visto il territorio ad alto tasso di Sacra Corona Unita in cui è avvenuta la strage, né tantomeno anarchica, visti i recenti attentati che portavano questa matrice. Anzi, quest’ultima era la pista maggiormente accreditata: dicevano che quel tipo di esplosivo, a base di bombole di gas, sarebbe stato usato dagli anarchici greci in altre occasioni.
Ma chi sono questi anarchici che impazzano per tutta l’Europa? Innanzitutto sarebbe da definirli, quanto meno, equivoci. Perché giocano sull’equivoco. La sigla di cui si sono appropriati, FAI, che starebbe per Federazione Anarchica Informale, sputtana la vera FAI, cioè la Federazione Anarchica Italiana, che ha una storia pressoché centenaria e tradizioni fortemente antibombarole: cioè pacifiste e antimilitariste. Esiste tutta una letteratura in merito e nomi di figure che ormai sono nella storia dell’anarchismo e del movimento operaio internazionale:  uno per tutti, quello di Errico Malatesta.
Chi scrive, comunque, è stato anarchico da giovane, frequentava la redazione e i banconi della tipografia in cui si stampava il settimanale della FAI Umanità Nova, aiutando il direttore del giornale, un vecchio tipografo anarchico, Mario Mantovani, che per le sue idee s’era fatto, durante il fascismo, anni di galera e di confino, e le uniche micce che aveva sempre usato erano quelle dei fiammiferi con i quali si  accendeva le Nazionali che fumava.
Erano gli anni in cui scoppiavano le bombe sui treni, nelle banche, in piazza, e come colpevoli ancora una volta si indicavano gli anarchici: poi abbiamo visto com’è finita, con fascisti e forze deviate dello stato alla sbarra dei tribunali. In quei tempi di persecuzione, con Valpreda in carcere e Pinelli defenestrato, ricordo, su Umanità Nova, un editoriale accorato di Mario Mantovani dal titolo “L’anarchismo non è terrorismo”.
Poi, è chiaro, ciascuno si può appropriare dell’etichetta che vuole. E gli anarchici sono coloro che meglio si prestano alle infiltrazioni e agli equivoci, per la loro critica al potere, il rifiuto di esso, l’assenza di una organizzazione gerarchizzata e la libertà dell’individuo intesa come valore di responsabilità e non come possibilità di fare come pare e piace in disprezzo, o contro le persone.
Per cui, ecco che la FAI della Federazione Anarchica Italiana può diventare la FAI della Federazione Anarchica Informale. Le  domande sono:  informale rispetto a che cosa? Forse volevano dire Informatica, perché usano il web per comunicare?  O serviva giusto una I, l’inizio di una parola qualunque che cominciasse con la I, tanto per alimentare gli equivoci,  abusando di una sigla storica che con attentati di qualsiasi genere, soprattutto quelli proditori, non ha mai avuto a che fare?  Però, certo, stando a una certa fama, quella dei Bresci, degli Schirru,  quella dell’anarchismo, diventato ora, per polizia e media, anarco-insurrezionalismo, è  la soluzione più facile. Per tutti. Per la polizia che brancola nel buio, per i media, per l’opinione pubblica per la quale, come già nella pubblicità di un noto purgante, basta la parola. E non si sta a guardare tanto per il sottile, può apparire una conferma il fatto che, dopo l’attentato Adinolfi, compare una lettera che comincia con “Qui Kommando Bestia” (sic)  e chiama gli altri anarchici, stranamente, “fratelli” e “sorelle”, invece del modo in cui si sono sempre chiamati tra loro: compagni.

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