[A] Dall'Agorà di ClubDante

Marco Archetti
Italia

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Il contrario del gioco


07/06/2012

Ormai assuefatto alla personale (e collettiva) condizione di barchetta nel mare mosso dei disastri universali, pochi giorni fa, sfogliando i giornali, sono inaspettatamente annegato nel fiume di due piccoli disastri particolari. La notizia è stata quella del suicidio, nel giro di pochi giorni, di due ragazzi. Giulia Albini, ex pallavolista, e Alessio Bisori, nazionale italiano di pallamano, si sono tolti la vita rispettivamente il 2 giugno e il 28 maggio. Sapete, come scrittore – cioè come atleta di uno sport minore – mi sono sempre sentito vicino agli sportivi. A certi, poi, in modo particolare. Come uno sportivo, anch’io conosco il sudore, la fatica dell’allenamento, il tormento dell’esercizio. Come uno sportivo ho confidenza con la durezza della ripetizione, con l’irredimibile vizio di sognare al buio, con la concentrazione e con la ferrea disciplina. Come uno sportivo so cosa significhi sudare girando a vuoto e mancando l’obiettivo, so la delusione per una sconfitta e la disgrazia inevitabile dell’infortunio, poi per fortuna conosco anche la gioia esplosiva del risultato raggiunto, del punto messo finalmente a segno, il sapore della rabbia cui ti aggrappi e che ti incendia lo scatto decisivo. Ma soprattutto – questo è il fatto –, come uno sportivo vivo il gioco. Sì, il gioco è ciò che mi fa sentire vicino e fratello non solo un semisconosciuto scrittore canadese esordiente, ma anche un ginnasta cinese o un lanciatore di giavellotto uzbeko.
Nella mia vita il gioco ha un ruolo fondamentale: scrivo storie. Quando costruisco un romanzo, quando lo immagino e lo sento crescere nella mia mente, quando lascio che la fantasia corra e mi prenda per la mano e per il collo, non faccio altro che obbedire alle regole di un gioco – gioco che coinvolge me stesso, che ci devo credere per primo, e i lettori, che ci devono credere subito dopo – e mi rendo conto che non ne potrei fare a meno. È il gioco ad avermi salvato. È l’opportunità di poter vivere galleggiando nell’acqua dolce delle invenzioni della mia fantasia. La mia quotidianità è svegliarmi, accendere il computer e ritrovare, dopo averli lasciati la sera (o la notte) precedente, i personaggi creati dal mio immaginario. E crescere con essi – allenarmi con essi. Per mesi e mesi, giorno dopo giorno, ora dopo ora, il mio mestiere è sgobbare, forgiare ed essere forgiato all’interno di un regno arbitrario con regole ferree, che offre però golosi margini affinché io mi esprima, cioè perché faccia valere, al suo interno, il “mio” mondo, il “mio” carattere, il “mio” modo di vedere e raccontare le cose. Tutto questo – nient’altro e nessun altro in questa proporzione – mi ha reso la vita sopportabile e ha dato un significato ai miei giorni; lo dico anche (e non secondariamente) da lettore. Ora, il suicidio di questi due ragazzi ha fatto nascere in me il sospetto che forse, da un giorno con l’altro, tutto questo possa non bastare più, seppure, fino a un momento prima, sia stato il senso profondo. E se prima o poi non mi dovesse più salvare, questo gioco? E se la luce – questa luce di scrivere e leggere e sognare –, così come l’ho trovata accesa da quando ho memoria e non me ne sono mai chiesto perché, si dovesse, senza un perché, improvvisamente spegnere? Se non dovesse più permettermi tirare avanti? Alessio Bisori ha lasciato un biglietto ai suoi genitori in cui diceva: “Scusate, ma non riesco più a vivere.” Eccole, le parole: non riuscire più. Perché è dura da ammettere, ma anche il gioco (cioè la cosa più bella che esista) potrebbe di punto in bianco non significare niente e non consentirmi più, in nessuna maniera, di “riuscire”. Se accadesse, a cosa mi dovrei adeguare? Che cosa mi troverei davanti? Il suo esatto contrario, credo e temo. Ma ecco, il contrario di gioco – come diceva qualcuno – non è serietà. Il contrario di gioco è realtà.

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