[A] Dall'Agorà di ClubDante

Sergio del Molino
Spagna

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Padri


06/06/2012

La storia è fin troppo nota: Pablo Neruda, nel 1934, ebbe una figlia a Madrid. La chiamarono Malva Marina, e lo stesso García Lorca celebrò la sua nascita con una poesia. Tuttavia, Malva Marina non era la figlia desiderata dal poeta che soggiornava nella Casa de las Flores nel quartiere Argüelles. Malva Marina nacque idrocefalica, cosa che le provocò un danno neurologico mai diagnosticato né curato, e che però le impediva di parlare e di muoversi. Eppure sorrideva e rispondeva all'affetto. Non era del tutto isolata dal suo ambiente.
Il poeta, il sensibile poeta che ha tanto contribuito a banalizzare l'amore con le sue poesie sullo stesso e la sua canzone disperata, definì la figlia «un essere perfettamente ridicolo», come mise per iscritto: «Mia figlia, o ciò che così io denomino, è un essere perfettamente ridicolo, una specie di punto e virgola, un mostriciattolo di tre chili».
Notevole, profondo, degno di un Premio Nobel, la prova documentata che i poeti sono persone moralmente superiori, in grado di guidare l'incolto gregge verso le vette della loro stessa umanità. Dopo due anni, l'ipersensibile Neftalí non sopportò più l'immagine bavosa e cacona di sua figlia e l'abbandonò, sia lei sia la madre. Le due donne si sistemarono in Francia, accolte da una famiglia di amici, e ci sono delle lettere a testimoniare come Neruda non pagasse nemmeno puntualmente le mensilità con cui si comprava i suoi scrupoli, dato che la madre di Malva Marina gli rimproverava ritardi e invii di denaro mai effettuati, lamentandosi della penuria che soffrivano per questa ragione. Malva Marina morì nel 1943 senza aver mai visto il padre dopo l'abbandono, e senza che il padre parlasse di lei. Lo fece nei suoi ultimi giorni, nel 1973, in una lettera a una figlia morta che suona tanto a pentimento quanto ad autoindulgenza e che non aiuta ad addolcire l'ignominia.
Decenni dopo, nel 1963, dall'altro lato del mondo, nacque Hikari (Luce, in giapponese), figlio dello scrittore Kenzaburo Oé. Hikari soffrì di idrocefalia, la quale gli causò un grave disturbo neurologico, facendone un grave disabile mentale. Suo padre soffrì, però in nessun momento si riferì a lui – almeno, per quel che ne sappiamo – come un essere perfettamente ridicolo. Decise di consacrargli la sua esistenza, di fare della paternità la sua principale condizione e identità di vita, perfino al di sopra di quella di scrittore. E plasmò tutto ciò in un libro che intitolò Un'esperienza personale. Da allora, Hikari – e la teoria della paternità che Hikari gli ispirò –  si trasformò in un leitmotiv costante dell'opera di colui che sarà anch'egli Premio Nobel.
L'opera di Kenzaburo Oé è incomprensibile senza sapere tutto ciò, e i suoi libri più importanti parlano di Hikari. L'opera di Neruda, invece, può essere perfettamente compresa senza sapere che ebbe una figlia.
Durante un viaggio a Barcellona, Kenzaburo Oé fu intervistato da Màrius Serra nel programma letterario che quest'ultimo presentava su Canal 33. Mentre allestivano lo studio, nei tempi morti delle registrazioni televisive, Serra e Oé chiacchierarono, e Serra non poté fare a meno di parlargli di Llullu, il figlio anch'esso affetto da una grave encefalopatia. Llullu soffriva di una paralisi assoluta, non poteva nemmeno sollevare il capo.
Anni dopo, Màrius Serra scrisse un libro intitolato Quiet (ne esiste una versione in spagnolo dell'editore Anagrama, con il titolo Quieto).
Tra le storie di Quiet, viene ripreso quell'incontro con Kenzaburo Oé. Màrius Serra lo mescola con un tema scolastico che la figlia più grande, Carla, scrisse sul fratello e le valse un premio a scuola. Perché cose simili, ovviamente, commuovono qualsiasi insegnante che non sia di pietra, e lo stesso Serra sospetta che la figlia abbia approfittato della situazione per comporre un testo a effetto e vincere sul piano lacrimogeno. Il padre, di notte e da solo, rilegge il tema della figlia e pensa a ciò che Oé gli ha detto nello studio: lui si definisce, innanzitutto, padre di un figlio disabile.
«Io non volevo che Carla si definisse, innanzitutto, come sorella di un disabile, e neanche mi piacerebbe mettere in testa al mio curriculum l'essere padre di un disabile. Però la sola cosa certa è che lo sono, che agisco in quel modo e che proprio adesso scrivo queste righe per una necessità per me perentoria.»
La chiave sta tutta lì. Nessuno vuole che il proprio figlio soffra. Nessuno vuole che tutta la sua vita sia ipotecata dalla malattia e il dolore di suo figlio. Non c'è bisogno di trasformare la tua condizione in un vessillo, però rifuggirne ti trasforma, quello sì, in un indesiderabile, in un grandissimo figlio di  puttana. Puoi assumerla in mille modi, quella condizione, ma non assumerla non ammette alcuna redenzione. Esistono decisioni che disumanizzano irrimediabilmente chi le prende, e non esistono versi né lettere lacrimevoli né pentimenti sul letto di morte che cambino la tua condizione di mostro.
Neanch’io voglio definirmi come padre di un figlio morto di leucemia, però è vero che lo sono, ed è vero anche che sento una perentoria necessità di scriverne. Fin dal giorno della diagnosi, non ho mai provato il desiderio di scappare. Ho, sì, invocato miracoli, ho fantasticato su come fosse stato un sogno da cui mi sarei risvegliato, ma non mi è mai passato per la testa di scappare. Il mio istinto mi diceva il contrario, il mio istinto mi portava a proteggere il mio cucciolo. Scappare correndo sarebbe andato contro la mia condizione di mammifero.
Mi piacciono questi libri. Mi piacciono questi scrittori che hanno sublimato la paternità e che, dalla tragedia, hanno costruito un'immagine letteraria del padre molto diversa da quella trasmessa dagli archetipi culturali. Dinnanzi al padre lontano, dinnanzi al padre di Kafka, dinnanzi a tutti i padri che hanno voltato le spalle o che non hanno saputo essere dove la loro condizione li richiedeva, si elevano questi scrittori che ci parlano senza complessi di una vera uguaglianza.
Siamo abituati al legame madre-figlio, mentre la relazione padre-figlio si affronta dal conflitto e dalla distanza. È come se la madre regnasse sull'infanzia e il padre influisse – quasi sempre negativamente – sull'adolescenza, però questi libri parlano di padri che lo sono a pieno fin dal giorno della nascita del figlio, padri che sono buone madri, tanto quanto le madri dei loro figli e che lamentano lo stesso vuoto. Padri che obbligano a ripensare l'intera paternità.
Llullu è morto pochi mesi dopo la pubblicazione di Quiet, quando aveva nove anni. A casa sua, senza ospedali, tranquillo. Per ricordo, suo padre ha lasciato questo libro, che lui non ha mai letto e che è fastidioso e allegro, profondamente alla maniera di Perec, duro e delicato, devastante e onesto. Tutto quel che Neruda non ha voluto essere.

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