[A] Dall'Agorà di ClubDante

Pietro Greco
Italia

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Arte e scienza (2)


06/06/2012

Un’importante dimensione del rapporto tra arte e scienza in un’ottica evoluzionistica riguarda la psicologia della ricerca e, in particolare, la creatività. Anche in questo caso, tra scienziati e artisti, vi sono molti caratteri comuni.
Tra le persone che si sono occupate della psicologia della ricerca e dei meccanismi mentali che portano gli scienziati a indagare la natura e a realizzare le loro scoperte, vi è un grande matematico francese, Jacques Hadamard, tra i padri delle cosiddette «teorie del caos».


Jacques Hadamard

Ebbene Hadamard, all’inizio del Novecento, individuò due modelli attraverso cui si esercita la creatività degli scienziati: uno di carattere intuitivo, l’altro di carattere analitico. Quello intuitivo è sostanzialmente analogo a quel modello creativo degli artisti. Si nutre di analogie, di metafore, di immagini, di esperimenti mentali. Quello analitico è all’opposto, fondato sulla rigida applicazione di una logica formale, spesso della logica matematica, che lascia (sembrerebbe lasciare) poco spazio all’intuizione.
Ma Jacques Hadamard ha dimostrato con argomenti convincenti come persino nella più rigorosa adesione al modello analitico di creatività scientifica ci sia, all’origine, l’intuizione.
Il più grande fisico teorico del Novecento – e forse di ogni tempo – Albert Einstein ha riflettuto sulla sua personale psicologia della ricerca. E ha riconosciuto che l’intuizione era la molla scatenante della sua straordinaria creatività. Il primo passaggio nella costruzione delle sue teorie consisteva sempre nell’immaginare la realtà fisica che voleva descrivere. E solo dopo che averla intuita Einstein dava il necessario corpo formale a una nuova teoria. Einstein è un classico esempio di come funziona il modello intuitivo della creatività scientifica.
Al contrario un altro grande fisico teorico del Novecento, Paul Dirac, è giunto a elaborare la teoria quantistica dell’elettrone e a scoprire la realtà fisica dell’antimateria per via puramente analitica. Sviluppando dimostrazioni matematiche. Dirac è un classico esempio di come funziona il modello analitico della creatività scientifica. E, tuttavia, occorre ricordare che anche Dirac si è convinto della bontà della sua elaborazione quando ha potuto osservare la semplice ed elegante «bellezza» delle sue equazioni. Dirac, a conclusione del suo lavoro teorico, ha concesso qualcosa, per sua stessa ammissione, al suo senso estetico. E prima, se ha ragione Hadamard, ha concesso qualcosa, magari senza riconoscerlo, alla sua intuizione.
L’intuizione è, naturalmente, il motore della creatività artistica. Tuttavia nei meccanismi mentali che sottendono il lavoro degli artisti e degli scienziati possiamo trovare qualcosa di più che una marcata analogia tra scienza e arte. Possiamo trovare forse il relitto della loro una comune origine: la necessità e l’acquisita capacità da parte di Homo sapiens di elaborare pensiero astratto e rappresentazioni sofisticate del mondo.


La scienza influenza l’arte. È possibile dimostrare in maniera abbastanza facile che i concetti scientifici e la visione scientifica del mondo hanno influenzato l’arte in maniera significativa. Lo storico dell’architettura Leonardo Benevolo, per esempio, ha mostrato in un prezioso libro intitolato La cattura dell’infinito, come la scienza del Cinquecento e del Seicento, con la scoperta e l’affermazione del nuovo universo copernicano (la Terra che gira intorno al Sole) e galileano (un universo enorme, praticamente infinito), abbiano profondamente influenzato l’urbanistica e l’architettura dell’epoca barocca e delle epoche successive. I giardini di Versailles, per esempio, sono uno dei frutti della «cattura dell’infinito» a opera degli architetti.


Il sistema copernicano

Un’influenza profonda delle scoperte scientifiche e, per dirla con Galileo, delle «scientifiche speculazioni», è possibile coglierla anche in letteratura. Italo Calvino sosteneva che c’è una «vocazione profonda» che segna la letteratura italiana da Dante a Galileo: la filosofia naturale. O meglio: «l’opera letteraria come mappa del mondo e dello scibile».
Un filone del genere è presente in tutta la letteratura europea. Ma in Italia è particolarmente forte. Tanto da caratterizzare la letteratura italiana. Questa vocazione profonda, peraltro, si protrae ben oltre il Seicento. Interessa anche Leopardi e lo stesso Calvino. La caratterizzazione è così forte che, sostiene Calvino, quando la letteratura italiana smarrisce quella sua vocazione profonda perde la sua forza.

L’arte influenza la scienza. Ma non è solo la scienza a influenzare l’arte. Anche l’arte influenza la scienza. Abbiamo già accennato al criterio estetico usato da Paul Dirac per stabilire la validità della sua teoria scientifica in assenza in una prova sperimentale. Ma c’è anche un’ispirazione molto più diretta. Stephen J. Gould, lo storico della biologia e teorico dell’evoluzionismo scomparso un paio di anni fa, si è esplicitamente ispirato alla Basilica di San Marco a Venezia e alla struttura interna della sua cupola, nell’elaborare il concetto di «contingenza» e del ruolo che esso svolge nella struttura dell’evoluzione biologica.

L’arte, la scienza e lo “spirito dei tempi”. Molto spesso arte e scienza colgono insieme, quasi all’unisono, lo “spirito dei tempi”. E lo rafforzano. La sincronia talvolta è stupefacente. Pressoché perfetta.
Prendiamo in considerazione lo “strano caso” di Einstein e Picasso. Nel 1905 Albert Einstein è un giovane di 26 anni, laureato in fisica e impiegato all’Ufficio brevetti di Berna. Fuori dall’università e dal mondo accademico, dunque. Eppure riesce a elaborare una teoria fisica, la teoria cosiddetta della relatività speciale, con la quale spazza via il concetto di spazio assoluto e di tempo assoluto nella scienza.


Pablo Picasso, “Les demoiselles d’Avignon”

Ebbene, pochi mesi dopo, nel 1906, un altro giovane della medesima età, Pablo Picasso, inizia a dipingere a Parigi un quadro (che sarà ultimato nel 1907), Les Demoiselles d’Avignon, con cui spazza via il concetto di spazio assoluto dalle arti figurative. La proposta è frutto di un pensiero, probabilmente, maturato in tempi molto stretti. All’inizio del 1906 Picasso dipinge il medesimo soggetto, donne in una casa chiusa, in un quadro, Harem, in cui la prospettiva è ancora quella, classica, dello spazio assoluto. Dopo pochi mesi quelle donne vivono nello spazio relativistico di Les Demoiselles d’Avignon. Qualcosa, d’improvviso, è intervenuto.
Una critica al concetto di spazio assoluto stava in realtà maturando nel panorama intellettuale europeo. Tuttavia la coincidenza dei due giovani, Albert e Pablo, che in dimensioni culturali diverse, hanno la medesima intuizione è davvero straordinaria. Anche e soprattutto perché Einstein e Picasso non si conoscono e non conoscono le loro rispettive opere. C’è evidentemente qualcosa che interviene in entrambi: e questo qualcosa è la capacità di cogliere “lo spirito dei tempi” e di portarlo a sintesi. Qualcuno, per esempio lo storico della scienza inglese Arthur Miller, sostiene che questa comune percezione è stata mediata da un matematico, il francese Henri Poincaré, alle cui opere e alle cui idee sia Einstein (direttamente) sia Picasso (indirettamente) hanno avuto accesso.

(Fine seconda puntata. La terza e ultima verrà pubblicata nei prossimi giorni)

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