[A] Dall'Agorà di ClubDante

Alessandro Defilippi
Italia

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Milarepa, La Certosa di Parma e il futuro


05/06/2012

Ho sfogliato a lungo i giornali, stamani, in cerca di un fatto che mi facesse venire voglia di scriverne. Per indignazione, curiosità, entusiasmo, partecipazione. Ho escluso il nuovo terremoto, perché penso che già troppo sia stato detto, e che, di fronte a eventi simili, il fare sia meglio del dire. Ho escluso la riforma della scuola e altre decine di notizie, che mi hanno dato l’impressione di uno stanco avvitarsi su se stessi. Ho frugato inutilmente, finché, su Repubblica, non mi è balzata agli occhi una vignetta di Altan. Un potente decrepito, segnato dalle rughe che ogni faccia si merita, ed anche di più. Giacca verde, cravatta viola e marrone. Una sola battuta, urticante: «Il futuro va redistribuito. I giovani ne hanno troppo e noi troppo poco». E mi è venuto in mente che la prossima settimana sarò a Cagliari, al convegno di Leggendo Metropolitano, e che il tema di quest’anno sarà il presente.
Il presente. Lo stesso che mi ha dato angoscia e noia leggendo oggi i giornali. E il punto centrale, in cui, come sempre, Altan affonda la lama: che questo presente divora il futuro dei giovani, mentre i vecchi, o i “maturi”, me compreso, cercano disperatamente di averne ancora uno. Di futuro.
Categoria apparentemente impraticabile, oggi, quella del futuro. Violentato da un passato meschino, di cui portiamo i segni e che noi stessi, i non giovani, abbiamo costruito; forzato e angosciato da un presente che pare privo di sbocchi e di alternative. Eppure, il presente è tutto quello che abbiamo. «Tutto o Lucilio, dipende dagli altri», scrive Seneca, «solo il tempo è nostro». E del tempo noi possiamo incidere solo sul presente, per tentare di dare senso alla nostra vita.
È la pratica del mattone: giorno dopo giorno mettere un mattone e poi un altro, ricominciando da capo se la nostra costruzione crolla. Molti anni fa, un amico più anziano mi raccontò la storia di Milarepa, che fu costretto dal suo maestro, Marpa, a costruire e demolire per tre volte una torre di nove piani. E ogni volta Milarepa ricominciò da capo. Un lavoro bruto, apparentemente inutile, ma forse l’unico lavoro in grado di dare un senso alla vita. Vivere, come scrivere, è artigianato: è l’opera quotidiana di un ebanista che passa e ripassa cartavetro sempre più fine sul legno che adopererà per costruire una scrivania, una seggiola, una barca.
Il problema sembra però essere proprio la frenetica presentificazione del mondo attuale: tutto è vissuto qui ed ora, apparentemente in prima persona. «No, non sono stato al concerto dei Coldplay, ma ho visto i filmati su You Tube», mi racconta un paziente (sono uno psicoanalista). Grazie tante, penso io: mi pare di risentire quell’altro cui domandai se avesse letto La Certosa di Parma. «No. Ma ho visto la fiction», rispose soave. «Bella, comunque», aggiunse di fronte alla mia espressione, certo inquietante in quel momento. Ma nemmeno io sono mai andato a un concerto di Springsteen, che pure ascolto devotamente quasi ogni giorno. E non ho più voglia di viaggiare, perché mi sembra di aver già visto tutto: anche la Luna. Non esiste più –pare- la realtà. Quella concreta, da mettere in una carriola e con la quale sporcarsi le mani. Abbiamo tolto il futuro ai giovani, vero, e questo è un peccato mortale. Ma soprattutto non abbiamo insegnato loro –non stiamo insegnando- a prenderselo, quel futuro, ingannandoli con la fantasia di un mondo in cui tutto è qui, disponibile con un clic o con una telefonata. Due presenti, dunque: uno illusorio e uno da costruire.
Bel discorso qualunquista, si potrebbe dire, o revisionista, o luddista. No: sono solo le parole di chi è spaventato da quel che vede, e al tempo stesso crede che si debba resistere, costruire la propria scrivania, la propria barca. A Torino, una volta si parlava del travaj bin fait, il lavoro ben fatto. Era una sorta di etica per cui era ovvio che, coltivando, al meglio, il proprio giardino, forse anche il mondo avrebbe girato su se stesso per il verso giusto. O perlomeno per quello che può essere il verso giusto di questo mondo.
Stai. Reggi. Resisti e continua. Continua ad andare «in direzione ostinata e contraria».

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