[A] Dall'Agorà di ClubDante

Giancarlo De Cataldo
Italia

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Pessimi segnali


10/05/2012

Navigazione rapida in cerca della notizia del giorno. Titolo di apertura: il suicidio di Maurizio Cevenini, che poteva essere sindaco di Bologna e abbandonò per motivi di salute. Accanto, più in basso, l'ennesimo suicidio di un piccolo imprenditore. Più sotto ancora, l'ennesimo suicidio di un disoccupato. Sui blog e affini scopro elogi di Cevenini: elogiare un politico, di questi tempi, è impresa rara. Ma questi sono elogi che vengono dalla gente comune. Doveva essere molto amato, quest'uomo. Il rilievo acuisce il rimpianto. Ma anche il piccolo imprenditore, anche l'operaio in cassa integrazione, anche il disoccupato avevano qualcuno che li amava, che aspettava il loro ritorno a casa, che aveva diviso con lui le difficoltà di una vita. E poi questa vita se n'è andata. L'Italia sta vivendo un'epidemia di suicidi. E' la crisi, dicono tutti. E tutti si affrettano a scaricarne la responsabilità su qualcun altro. Istinto di fuga. Ma se, come appare, siamo nel cuore di una crisi che travaglia l'intero Occidente (o buona parte di esso) la colpa rischia di essere di tutti. E, dunque, di nessuno.

Provo, personalmente, impulsi contraddittori nei confronti del suicidio. E, onestamente, non capisco chi decide di porre fine alla propria esistenza. Per abbandonare l'istinto di sopravvivenza ci vuole notevole forza, una decisione assoluta, estrema. Non sarei capace nemmeno di concepirlo, un pensiero del genere. Figuriamoci metterlo in atto. Però pietà e rabbia si alternano e si combattono. Perché lo hai fatto? Si potrà risalire a una causa ultima, quelle remote resteranno per sempre sullo sfondo. Un mistero: ed è forse giusto che resti tale. Ma hai pensato a quelli che restano, al vuoto che crei nelle loro anime? Il suicidio può  essere una testimonianza, uno strumento di lotta politica, l'affermazione di un estremo conato di libertà: Jan Palach che si dà fuoco per protestare contro i carri armati sovietici, il bonzo che si fa torcia umana per la libertà del Tibet, Jacopo Ruffini, patriota mazziniano, che si uccide in carcere per non tradire i suoi compagni. Sono situazioni estreme, che danno al suicidio un senso trascendente, quasi mistico. In culture diverse dalla nostra il suicidio ha il valore di un'uscita di scena consapevole e meditata. Un rituale che si può qualificare come atto d'onore: consegna alla memoria dei posteri una figura eccelsa d'individuo capace di una scelta radicale, e, nello stesso tempo, rafforza la comunità nel suo complesso. Perché è una scelta condivisa, e, dunque, una scelta che non si pone contro la comunità. Ma l'Italia appartiene a una diversa cultura. O così, almeno, si dice. L'Italia è un paese cattolico. E la Chiesa cattolica non ammette il suicidio. Anzi, lo condanna. Come atto contro Dio e contro la comunità. Una catena di suicidi s'impone come alterità profonda rispetto alla nostra cultura. E scatena interrogativi altrettanto profondi: siamo ancora un paese cattolico? A quale cultura dobbiamo imputare la catena di suicidi?

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