[A] Dall'Agorà di ClubDante

Alessandro Mari
Italia

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Se maledico


03/06/2012

 Sono colpevole. Ho celebrato la Festa della Repubblica e, per incontrare il Presidente, ieri sono stato al ricevimento presso i Giardini del Quirinale, dove ho atteso a lungo mentre molti avanzavano dicendosi più eminenti di chi ligio restava in coda. A furia di strette di mano, Napolitano ha poi dovuto ristorarsi; gli hanno offerto un succo di frutta e messo sotto il naso degli stuzzichini multicolore. Lui, campano, ne ha scelto uno, il più bianco e meno sofisticato: una mozzarellina. Chino per non sporcarsi l’abito, ne ha presi tre morsi, poi ecco il cenno. Allora mi sono avvicinato, lui ha teso la mano. Il gesto. Un sorriso in cui c’erano la stanchezza e l’orgoglio di chi sa quanto costa la speranza. Non avevo più rimorsi nel maledire, una volta congedato.
Da sempre ho infatti un tarlo di coscienza, la voce con cui Giuseppe Mazzini ammoniva chi ostacolasse le generazioni risorgimentali che volevano un futuro repubblicano: “Noi non malediciamo al passato, se non quando c’incontriamo in uomini, i quali si ostinano a farne presente, e quel ch’è peggio, avvenire.” Parole potenti, ideali, ma al contempo terribili – ammettono l’eventualità di un solco tra vecchi e giovani, di un conflitto aspro tra chi governa la realtà e chi subisce lo status quo; mi hanno sempre affascinato, e spaventato. Ma la prova della loro lungimiranza, di come il pericolo in esse contenuto sia invero l’azzardo da giocarsi oggi guardando al futuro, l’ho avuta con Napolitano.
La Repubblica non è il mero governo del popolo, ma qualcosa di complesso che presuppone una precisa considerazione degli esseri umani e delle loro relazioni; questo evidenziano le recenti dichiarazioni del Capo dello Stato, alle sue ultime celebrazioni del 2 giugno nel ruolo di Presidente: ciò che festeggiamo è la realizzazione travagliata dell’idea di socialità sottesa alla Repubblica; la necessità di pensare l’altro come se stessi, e il benessere in una dimensione collettiva, mai riducibile a una parte politica o culturale. Solo da qui discende la solidarietà che la crisi richiede e che in democrazia non si impone, ma che serve tener desta rinnovando la coscienza viva, quel sentimento di appartenenza a una “casa comune” che poi si esprime al meglio con azioni di sostegno morale o materiale.
Il Presidente ha guardato al futuro aprendo le celebrazioni, ha fregiato dei ragazzini meritevoli col titolo di Alfieri della Repubblica, poi ha addentato una mozzarella – simbolico, il prodotto, così come l’intero buffet di cui ho colpevolmente profittato a mia volta: veniva dalle terre di malavita che cooperative come Libera di don Ciotti riabilitano. Perciò a chi ha disertato le celebrazioni e a chi si è lamentato dei costi poi ridotti, rispondo che io non maledico chi esige una liturgia della memoria, anche se vetusta o dispendiosa: il futuro necessita del suo opposto, oppure si va nel presente immobile e miope degli ultimi vent’anni, la landa terremotata della disoccupazione giovanile, dei cinquantenni suicidi perché perdono il lavoro, degli edifici che crollano al primo sisma. È sul volto di Napolitano, del resto, che ieri ho letto la fatica di chi sa il costo della speranza, mentre non ho trovato lo stesso cruccio sulle centinaia di volti delle molte personalità presenti al Quirinale. È demagogia, la mia? Be’, mi sono passati davanti mentre ero in coda.
Si guarda al futuro con paura o speranza. Se dal passato vengono uomini che predicano la speranza officiandone in fede i riti necessari (non fa così ogni religione?), non maledirò. Ma maledirò senza più rimorsi chi, venendo da un passato più prossimo, ha il sorriso di chi sa bene quanto valgano politicamente la mia paura, o la rabbia cieca che ne deriva.

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