[A] Dall'Agorà di ClubDante

Laura Pariani
Italia

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Grida e sussurri


01/06/2012

Che le placche tettoniche si muovano, lo impari già dai primi anni di scuola nelle ore di geografia. Poi, mentre cresci, la tv e i giornali ti mettono via via davanti agli occhi le immagini di terremoti reali: dalle devastazioni lontane di Los Angeles, Fukushima o Haiti, a quelle più casalinghe – e quindi più inquietanti – di Gemona, Sant’Angelo dei Lombardi, L’Aquila... Qualche volta, nel corso degli anni, ti capita anche di avvertire la terra tremare: prima il rumore fondo e cupo, come di sassi rotolanti o di valanga, poi il movimento: pavimento che sussulta, oggetti che scivolano via, lampadario che ondeggia... Sei ormai grande, sai cosa bisogna fare, hai sentito ripetere tante volte le raccomandazioni: non perdere la testa, non attardarsi in gesti inutili, ripararsi sotto un tavolo per evitare di essere colpiti da qualche oggetto che cade... Se abiti in una zona a alto rischio sismico, tutto questo impari a metterlo in conto come un’eventualità che prima o poi ti toccherà affrontare. Ma che un terremoto con un livello che sfiora i 6 gradi della scala Richter scuota il cuore della Lombardia è qualcosa che non ti aspetti.
   Invece alle 9 di martedì 29 maggio è capitato proprio questo: la placca “africana” si è mossa e i sedimenti marini, che nei millenni hanno dato luogo alla Pianura Padana, hanno amplificato il movimento: e subito, dal profondo della terra, un brontolio cupo è salito fino ai piani alti di un palazzo del centro di Milano, il pavimento è slittato via sotto i piedi, il caffè nella tazza ha preso a ondeggiare, mentre i rami della pianta di ficus tremavano violentemente.
   Poi la giornata per te che dovevi viaggiare per lavoro si è fatta complicata: dall’interruzione della metropolitana al caos della Stazione Centrale dove una voce gracchiante annunciava ritardi non quantificabili nei treni da e per Roma. Coi telefonini che gridavano allarmi: sgomberati il Pirellone, Palazzo Marino, le Poste di Piazza Cordusio; chiusa la Fiera di Rho e l’Accademia di Brera; evacuate le scuole... Quando finalmente il tuo Freccia Rossa è partito, dai computer accesi le notizie si sono fatte più gravi: un bilancio pesantissimo di morti; crollati parecchi capannoni industriali; danneggiato Palazzo Te a Mantova; caduto un affresco nella basilica di Sant’Antonio a Padova; chiuso il teatro della Fenice a Venezia... E, mentre sugli schermi dei computer si materializzava la dimensione della catastrofe, prendevi coscienza che l’epicentro del dolore era vicinissimo.
   So che questo non è un reportage giornalistico, ma solo l’impressione personalissima di una giornata che l’Italia del Nord ha vissuto tra spavento e incredulità. So anche che l’importante di quelle ore, ciò che mi resterà nella memoria, non può essere contenuto in queste poche righe. Come, per esempio, il fumo del cupolino di Santa Barbara che cade a Mantova. Come il pianto di una donna trapiantata qui dal Marocco, che ha visto svanire con il crollo del suo appartamento il sogno di un’integrazione riuscita. Come il viso sbalordito di una malata di Alzheimer, portata via da un centro medico pericolante, con un mezzosorriso stralunato che somigliava a un frammento di casa caduto in mezzo alla strada. Come le parole di una bambina di tre anni che al telefono raccontava di magici nanetti che hanno fatto oscillare il lampadario, permettendo in tal modo a lei e alla sua mamma di salvarsi. 

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