[A] Dall'Agorà di ClubDante

Lorenzo Silva
Spagna

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Né carne né pesce


31/05/2012

In Spagna abbiamo appena appreso che la banca nata dalla fusione di diverse casse di risparmio in difficoltà, che è stata denominata Bankia, ha un buco di 24 miliardi di euro che dovrà essere tappato dallo Stato, vale a dire da tutti i contribuenti spagnoli. Avrebbero potuto anche chiamarla Bankenstein, perché, a quanto si può vedere, l’hanno messa insieme prendendo materiale da diversi cadaveri bancari e infondendogli vita artificiale. Il guaio è che, di fronte alla scontata indignazione popolare, il governo spagnolo dice che non è necessario indagare su nulla, che non ci sono responsabilità e che ciò che urge è ricapitalizzare la banca, sostenere il sistema finanziario e guardare avanti.
Per dirla come mangiamo, questo si chiama voler essere né carne né pesce, cincischiare. La verità è che quella banca si è trasformata nel triste collettore della spazzatura finanziaria generata negli anni d’oro del mattone. La febbre ha riempito le tasche di molti amici del potere e ha svuotato quelle casse a beneficio di coloro che distribuivano le carte della partita, che si sono portati a casa senza alcuno sforzo un mucchio di soldi sotto forma di crediti a tassi di favore, trattamenti preferenziali, bonus multimilionari e altre immondizie.
Non chiamare le cose con il loro nome, restare sempre a mezza strada, ci sta facendo gettare via il futuro. Naturalmente, in Spagna (che, a parte la crisi economica, frutto dell’irresponsabilità di questi anni folli, vive impantanata in uno stato pseudofederale che non accontenta nessuno e in cui catalani, baschi, galeghi, andalusi, canari e, se appena ci si distrae, tutti gli altri) non fanno che lamentarsi delle ingiustizie che patiscono. Ma questo accade anche in Europa, che, trovandosi a fronteggiare uno dei momenti più decisivi della storia recente, lascia disperdere le proprie energie in dissensi e conflitti di potere fra gli stati membri. La Gran Bretagna contro tutti gli altri: fuori dall’euro, fuori da Schengen e adesso minaccia di chiedere visti d’ingresso nel paese. La sfida tra Germania e Francia, dopo la rottura del deprimente binomio Merkozy. E i paesi del Nord che diffidano sempre di quelli del Sud, un’accozzaglia di svergognati perdigiorno a cui non si devono togliere le castagne dal fuoco, se non quanto basta per salvare gli attivi tossici del Sud in mano alle banche del Nord.
Così non si va da nessuna parte. Le responsabilità per tutti questi passi falsi devono essere chiarite fino alle estreme conseguenze, per quanto possano essere dure. Quanto al paese da cui scrivo, dovrà smetterla con le bambinate e diventare uno stato federale in piena regola, o qualunque altra cosa (inclusa l’unione con il Portogallo, che non sembra un’ipotesi insensata). Il tutto attraverso procedimenti democratici e con l’impegno comune di accettare gli eventuali risultati di quei procedimenti, di smettere di fare pasticci e di lavorare sodo alla ricostruzione del paese (o dei paesi).
E l’Europa… Ah, l’Europa. O decide una buona volta di essere unita, con leggi comuni, tasse comuni, finanze comuni e un presidente comune eletto a suffragio universale e che, nato ad Albacete, a Malmö o a Budapest, venga accettato come leader dagli europei di Manchester, Roma o Stoccarda, oppure continueremo a essere il pupazzo con cui fanno magie vudù e si arricchiscono tutti gli speculatori finanziari sulla faccia della Terra. Stando attenta a non essere né carne né pesce, l’Unione europea ha potuto nascere e ampliarsi, e forse bisognerebbe riconoscere a quell’atteggiamento il merito storico di averla resa possibile. Ma, se continuiamo a cincischiare, a non essere né carne né pesce, potremo scrivere solo il nostro atto di morte.

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