[A] Dall'Agorà di ClubDante

Gian Mario Villalta
Italia

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Vivere o notiziare?


30/05/2012

   Non mi ricordo di aver mai trovato negli antichi una contrapposizione tra la letteratura e la vita. Mi pare che questo problema affiori quando la tecnologia e il processo avanzato di globalizzazione cominciano a offrire a chi è scrittore (o intenzionato a diventare tale) una quantità di stimoli e di opportunità dalle prospettive avventurose e, soprattutto, cominciano a insinuargli il dubbio che il tempo speso a scrivere, nell’isolamento e nella concentrazione, sottragga delle possibilità fondamentali per fare quella “esperienza” che è necessaria alla scrittura stessa.
   All’inizio vuol dire che, se scelgo di scrivere, e passo i miei giorni chino sulle “sudate carte”, non vivo più quella vita straordinaria che il vero artista deve avere, sia essa eroica, erotica o che altro. Più tardi diventa però evidente che il paradosso è semplicemente quantitativo: tutta l’“esperienza” che mi arriva addosso, tutto il mondo che passa attraverso di me, tutto quello che succede e che io so che succede - quindi mi determina e mi riguarda - è incommensurabile con il tempo individuale della scrittura. Paradosso di cui il poeta Andrea Zanzotto, in un breve racconto del ’46 intitolato Vita di un diario, esplora le debite conseguenze: ammesso che io potessi scrivere un diario totale della mia vita, tutta la mia vita (di diarista, a questo punto) minuto per minuto, non potrei comunque mai rileggerlo.
Perché queste premesse? Perché lo stato attuale del rapporto tra tecnologia e globalizzazione, per quanto riguarda il nostro rapporto con gli eventi del mondo, è giunto al punto in cui la scansione del tempo pubblico e privato è data dal sincronismo mondiale delle notizie. Di vivere o scrivere (roba da scrittori di una volta) non si parla più da tempo, oggi ci si potrebbe chiedere: vivere o notiziare (dove il verbo vuol significare, nel senso più ampio, produrre notizie)? Sono le notizie oggi, in sincronia globale, a determinare non solo l’“immagine del mondo”, ma le decisioni che provocano le notizie. Sono le notizie che creano la realtà?
   Una notizia che oggi presenta un suo “ulteriore sviluppo” sulle pagine dei quotidiani cartacei (se ha ancora senso considerarli un riferimento) è quella che concerne l’ipotesi di un aspro conflitto di potere all’interno del Vaticano. Quello che accomuna questa serial news per la “forma” della comunicazione a molte altre riguarda l’allarmismo ultimativo e la necessità di essere unica non per originalità ma per ordine di grandezza. Così la crisi economica, così l’inchiesta sulle scommesse calcistiche, così mille altri fatti di oggi vengono presentati come l’ultima possibilità (in termini di minuti) di porre rimedio a una catastrofe esiziale e allo stesso tempo come eventi la cui enormità non ha pari nella storia. Si tratta, per me, di uno scacco quotidiano reiterato (se non altro per il fatto che non ho conoscenze e strumenti per porvi rimedio). Provo a formulare due ipotesi. La prima è quella dell’affacciarsi di una specie di medioevo supertecnologico in cui la notizia ha raggiunto il livello della trascendenza e a noi non resta che contemplarla. La seconda è che veramente la necessità di una trasformazione epocale stia incalzando, e stia ponendo una domanda radicale su quella che è la maggiore “potenza” del presente, vale a dire sulla comunicazione. Sarà vero che comunicare necesse est, vivere non necesse, sulla falsariga di un motto famoso; ma sarà allora da chiedersi di nuovo il senso dei verbi vivere e comunicare.

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