[A] Dall'Agorà di ClubDante

Iaia Caputo
Italia

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Il ritorno dell'arcaico


28/05/2012

Plurimi, raggelanti e diffusi indizi dovrebbero indurci a credere che la contemporaneità stia girando su se stessa, incapace di andare da qualsiasi parte. O, perlomeno, che la più tarda postmodernità abbia finito, in un percorso circolare, per ricongiungersi alla più primitiva arcaicità.
Prendiamo il caso dell’Egitto: la velocità, insieme alla pervasiva capacità di diffondere messaggi, dei social network, da Fb a twitter, attraverso quelle che sono divenute delle vere e proprie protesi tecnologiche dell’umano, dai cellulari ai tablet,  hanno permesso l’eccezionale mobilitazione della primavera araba. Portando con sé almeno due indiscutibili  risultati: il protagonismo politico di una generazione di giovanissimi disposti a spendersi per la nobilissima causa della libertà; e la ingiuriosa caduta del “tiranno” Mubarak. Tuttavia, come hanno notato diversi e autorevoli osservatori, i protagonisti della rivolta che sono stati capaci, grazie alla rete, di organizzare e tenere le piazze sino ai clamorosi esiti,  si sono invece rivelati del tutto inadeguati a contare nelle fasi successive. Si potrebbe dire che la modernità è stata brutalmente scalzata dal primitivismo con la vittoria elettorale dei Fratelli Musulmani, gli unici a saper parlare, ben oltre il mondo virtuale ed evidentemente minoritario della rete, alla società reale. Che cosa si salverà di quella laica e coraggiosa richiesta di cambiamento e libertà lo vedremo presto; per ora siamo costretti a constatare che ha vinto un partito teocratico, colluso con l’integralismo islamista, temibile nemico delle donne.
Anche della rivoluzione libica siamo stati spettatori entusiasti, forse, persino incoscientemente dimentichi che di una società tribale si trattava, e che la caduta del Rais, necessaria, certo, ma non per questo poco problematica, avrebbe potuto aprire scenari ad altissimo rischio. Poi Gheddafi è morto. E ancora una volta ci siamo trovati di fronte al cortocircuito tra post-modernità ipertecnologica e arcaicità: come interpretare altrimenti la furia selvaggia che ha mosso il «branco» di ragazzini-liberatori contro il dittatore libico? In che altro modo leggere quell’immagine di perfetta sintesi in cui uno dei «giustizieri» tiene in una mano il trofeo strappato al vinto, una pistola d’oro, e dall’altra il cellulare con il quale immortalare la preda catturata e uccisa? Come se quello dello scempio del nemico fosse un gesto depositatosi nella più tenace delle memorie, quella genetica, e dunque non potesse che manifestarsi come epifania dell’odio e tribale manifestazione di felicità per il bottino di guerra. Certo, la pietas è uno degli esiti della civiltà, anche di quella delle emozioni e dei sentimenti, ma resta da chiedersi perché, a distanza di millenni, un conflitto che pure nasce da un desiderio di libertà e di giustizia, e non da una feroce diatriba per il possesso di un pezzo di terra o di un confine, debba chiudersi con la macelleria ebbra del sangue del nemico.
È possibile che quanti si avventavano privi di misericordia sul corpo del vecchio rais avessero pianto in passato un fratello morto, un amico torturato, una sorella violata per ordine del tiranno, e tuttavia era  impossibile non domandarsi se chi ha colpito con tanta ferocia Gheddafi potesse dimostrarsi in futuro migliore di lui.
La furia bestiale, la violenza vendicativa è rimasta intrappolata, molto più che nelle immagini scomposte e frammentarie, nell’impietosa fedeltà dell’audio: le urla di felicità del branco, il rumore sordo del corpo ferito buttato sul cofano della macchina come quello di un animale recalcitrante, e i colpi di un oggetto contundente, fucile o bastone, che spacca le ossa mentre la voce del tiranno implora pietà e chiede di risparmiarlo. Ancora una volta, una dittatura è finita con un linciaggio e con l’esposizione dei resti del vinto per il ludibrio dei vincitori. La pulsione preculturale alla cattura e allo scempio della preda braccata, della belva finalmente domata, ha vinto su quel sofisticato e tortuoso percorso che avrebbe potuto essere il processo, quello snervante lavoro di intelligenza e dubbio con il quale si separano le colpe dalle responsabilità, il legittimo desiderio di giustizia dall’odio e dalla vendetta. Così, è quantomeno ingenuo sorprendersi oggi per le notizie che ci giungono dalla Libia “liberata”, con i nuovi vincitori che danno la caccia ai “neri”, disperati in cerca di lavoro, giunti anni fa nel Paese e rimasti intrappolati dalla guerra civile, che vengono uccisi o imprigionati in prigioni infami solo a causa dell’odio, o forse dovremmo dire della superstizione, razziale.
E cosa dire, infine, dell’indicibile di quelle immagini che ieri facevano il giro del mondo? Le istantanee di quel padre siriano che tiene in braccio il suo bambino morto, ucciso insieme ad altre decine di coetanei senza colpa dalla furia dell’ennesimo regime sanguinario in una delle tante rappresaglie di un dittatore morente il quale, privo della forza del consenso, esercita per sopravvivere quel che gli resta: la ferocia? Non sembra, forse, nella sua sconsolata disperazione, una delle infinite versioni della Pietà di Michelangelo, dell’umano colpito a morte dalla barbarie di chi del “nemico” stermina la discendenza?
E allora, quel che raggela le nostre coscienze già sgualcite da innumerevoli sconfitte non è neppure la banale, e comunque discutibile, constatazione che la violenza, all’alba del secondo millennio, si presenta come immanente alla condizione umana, ma che proprio la barbarie, cioè la versione più arcaica e preistorica della violenza, ricompare in ogni latitudine, sempre uguale a se stessa, inevolvibile, come una macabra beffa della ragione, del progresso, della civiltà. Che a un tratto suonano, loro sì, parole antiche, trascorse, inservibili. O magari ancora molto al di là da venire.

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