[A] Dall'Agorà di ClubDante

Mayra Santos-Febres
Porto Rico

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Facebook e i benefici del destino


25/05/2012

Leggo con stupore che le azioni di Facebook sono in caduta libera. Per un istante, multimilionari della taglia del rocker Bono si sono lanciati a comprare quelle azioni, che sono salite a 36 dollari l’una, ma poi hanno iniziato a scendere. E, secondo le ultime notizie, il loro prezzo continua a calare.
Che ne direbbe Marshall McLuhan? Nel 1962, il teorico e sociologo canadese pubblicò il suo famoso libro Il villaggio globale, nel quale era contenuta la frase che l’ha reso famoso: il medium è il messaggio. Ma qual è il messaggio che ci sta inviando questa nuova tendenza del mercato con la rapida caduta delle azioni di Facebook?
Si suppone che oggi la tecnologia abbia trasformato il mondo in poco più di un villaggio. Possiamo comunicare alla velocità del fulmine; entrare in contatto con persone di ogni parte del mondo attraverso la Rete, stabilire “relazioni” di amicizia, essere produttori dei nostri stessi contenuti mediatici e creare vincoli con centinaia di migliaia di utenti. Ogni volta che entriammo nelle nostre pagine Facebook, il riquadro superiore ci domanda, come un instancabile psicologo, cosa stiamo pensando. Molti di noi siamo tentati di rispondere immediatamente e di racconare quello che passa per le nostre inquiete testoline e lo postiamo subito, mettendo all’opera il muscolo della riflessione in un nanosecondo. Oppure è un altro muscolo quello che attiviamo? Le minuzie quotidiane delle nostre insulse o avventurose vite si trasformano in visite, commenti, tag, chat o, come direbbe la sociologa argen-messicana Paula Sibila, la stessa intimità si trasforma in “spettacolo”. L’aveva già affermato Tom O’Reilly, che ha reso popolare il concetto di Web 2.0: «L’idea di base è utilizzare l’intelligenza collettiva».
Non metto in dubbio il coefficiente intellettivo dei miliardi di utenti di Facebook, ma mi domando: sarà proprio vero che l’idea è quella di utilizzare l’intelligenza collettiva?
O’Reilly ci ricorda che chi dà vita alla Rete sono gli internauti, la cui presenza è costante e sempre più di massa. Grazie a noi, la Rete ha sostituito gli elenchi telefonici, ha reso obsoleti i giornali su carta, risponde a ogni domanda in pochissimi secondi e mette a disposizione video in cui si possono vedere il battesimo di un figlio, la morte di qualcuno nemmeno tanto famoso, le fantasie sessuali di una diciassettenne anoressica che sogna di diventare un’attrice porno.
La Rete ha davvero trasformato il mondo in un villaggio globale, oppure ciò a cui stiamo assistendo è un’altra cosa?
Nel suo libro del 1967, La società dello spettacolo, Guy Debord fa perno sul tema dell’alienazione (che oggi si ritiene superato) per spiegare come funziona una società che vive di immagini. Nel capitolo La merce come spettacolo, il sociologo francese ci ricorda: «In questo movimento essenziale dello spettacolo, che consiste nell’appropriarsi di tutto ciò che nell’attività umana esisteva allo stadio fluido per possederlo in uno stato coagulato come cose che hanno raggiunto un valore esclusivo per la loro formulazione in negativo del valore vissuto,  riconosciamo la nostra vecchia nemica, che sa presentarsi anch’essa al primo colpo d’occhio come qualcosa di comune che si comprende di per sé, mentre, al contrario, è tanto complessa e piena di sottigliezze metafisiche: la merce».
Se seguiamo questa argomentazione di Debord, dobbiamo giungere a una conclusione obbligata: noi, gli utenti della Rete, abbiamo trasformato la nostra attività vitale (il valore del vissuto) in merce. Ma sembra che i mercanti di questa merce non riescano a estrarne plusvalore sul mercato; o, almeno, non con l’Offerta Pubblica Iniziale (OPI) delle azioni di Facebook.
CI si dovrebbe chiedere se non siano le sottigliezze metafisiche di questa merce che sono i nostri profili Facebook a impedire che le azioni aumentino di prezzo. Debord insiste sul fatto che il principio del feticismo delle merci richiede il dominio della società da parte di «cose sovrasensibili, sebbene sensibili». Con questo, il filosofo ha voluto dire, nel suo stile molto francese, che nella società dello spettacolo il mondo sensibile viene sostituito da una selezione di immagini che esiste al di sopra di esso e che, allo stesso tempo, si è fatto riconoscere come il sensibile per eccellenza. Vale a dire che tutta quella intimità tracimante nelle pagine Facebook opera a partire dalla “metafisica dell’immagine, dell’immaginario, di ciò che è costruito e che si passare per reale. Tuttavia, su qualcosa Debord sbaglia: crede che il sovrasensibile sostuisca il sensibile. Che l’immagine sostituisca l’esperienza.
Ci piacerebbe che la cosa fosse così semplice.
Prima di tutto, bisogna considerare le statistiche sull’utilizzo di Internet nel presunto “villaggio globale” in cui viviamo. Nel mio paese – questa strana cosa che si chiama Stato Libero Associato di Porto Rico, territorio degli Stati Uniti in cui, però, si parla spagnolo e si vive nell’America Latina – solo il 50 per cento della popolazione ha accesso a Internet. Ci sono paesi latinoamericani, come il Cile, in cui questa cifra sale al 72 per cento dal 2006, mentre in altri stati come il Paraguay o Haiti solo un 21 e un 35 per cento della popolazione è internauta. E in molti paesi del mondo queste percentuali si ripetono. Vale a dire che l’imemnsa maggioranza della popolazione del pianeta vive al di fuori del villaggio globale, o forse dovremmo dire, fuori della “città-stato virtuale” che è la Rete. Insomma, citando i fratelli Wachovsky, che a loro volta citano Baudrillard nel loro film di culto Matrix: « Welcome to the desert of the real». (E, by the way, che figo che è Morpheus, cazzo…)
Ma questo non è l’unico argomento…
Mi spingo a dire che molti di noi internauti, che giochiamo, certo, a prestare la nostra “intelligenza collettiva” alla Rete, operiamo a partire da un codice che è più simile a quello della letteratura che a quello degli affari, a quello della fiction che a quello della speculazione finanziaria, a quello del gioco che a quello della reificazione alienata della nostra stessa esperienza. Agiamo a partire dalla suspension of disbelief, qualla strana caratteristica che tutti i lettori del pianeta, i giocatori di videogioch o gli amanti del cinema e del teatro praticano quando si trovano di fronte a un’opera di fiction. Sappiamo che ciò che si trova davanti ai nostri occhi è una visione, un simulacro. Entriamo in quella dinamica per imparare, fare esperienza, goderci il mambo per un po’, ma poi ne usciamo. Il piacere sta esattamente in questo, nel poter entrare e uscire da quella finzione che può perfino essere l’Io.
Vale a dire che noi, beneficiari del destino che il viaggio nella Rete, sappiamo che Facebook non è un gigante, ma un mulino a vento, qualunque cosa vi postiamo.
E se è così, allora non dovrebbe stupirci tanto il crollo dei prezzi di Facebook nell’OPI. Dev’essere difficile estrarre plusvalore dall’esperienza di vivere una finzione che tutti sanno che è una finzione mentre giocano a ricavarne esperienza.

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