[A] Dall'Agorà di ClubDante

Gianfranco Manfredi
Italia

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Una mostra dei quadri del regista alla Cinématéque française a Parigi

Tim Burton, l’adolescente che dipinge film


22/05/2012

Di fronte a una mostra dei disegni, delle sculture, delle fotografie e d'altro ancora di Tim Burton, qualcuno potrebbe pensare all'omaggio alla carriera di un cineasta, cioé che le opere presentate siano materiali collaterali, magari apprezzabili, ma periferici rispetto ai film, insomma: idee buttate su carta, bozzetti preparatori o schizzi d'occasione. Nulla di più sbagliato.  Si potrebbe anzi sostenere il contrario. Un film, per quanto fortemente orientato stilisticamente da un regista/autore, resta pur sempre un'opera collettiva che risente di contributi differenti e può risultare più o meno riuscita a seconda della prestazioni attoriali, dell'impianto produttivo, del percorso narrativo, insomma di una pluralità di scelte non sempre riducibili ad unum. Un disegno, invece, o un'opera pittorica, su tela o su carta o qualsivoglia altro supporto, rappresenta l'inequivocabile segno estetico, il punto di vista, la visione del mondo di un autore, sempre che con quel mezzo l'artista riesca a rappresentarsi appieno, cioè non in modo approssimativo o dilettantesco. E Tim Burton è cresciuto disegnando. A diciott'anni si iscrisse al California Institute of the Arts e maturò nel contesto del nascente Pop Surrealism, movimento artistico imbevuto di cultura popolare (fumetti, pubblicità, grafica, B movies, cartoni animati, pubblicità). Nelle sue prime opere si avvertono echi di autori di fumetti e di illustratori come Charles Addams, Edward Gorey, Maurice Sendak e dell'inglese Ronald Searle, ma fin dal principio la sua personalità emerge prepotente, al di là e al di fuori di ogni modello, espressiva di un personalissimo punto di vista, e dando prova di una duttilità tecnica sorprendente: matita, china, acquerello, pastelli a cera, pittura a olio, polaroid trattate, scultura modellata e/o assemblata. Non c'è tecnica figurativa cui Burton non si sia applicato con sorprendenti risultati.


Dei film di Tim Burton si sa quasi tutto, eppure è attraverso le sue opere figurative che possiamo imparare a guardarli in altro modo, cioè come opere visionarie nelle quali il valore espressivo e narrativo dell'immagine è elemento centrale e dominante. Se Burton non è diventato un autore di fumetti è stato perché nonostante la sua notevolissima vena umoristica, trovava superflui i balloons, cioè i dialoghi nelle nuvolette, convinto che l'immagine possa e debba narrare di per sé, ben al di là delle parole. Il suo talento registico e la sua altissima qualità professionale gli rendono ancor oggi piuttosto alieni quei grandi maestri di cinema che hanno esplorato nella loro carriera un'infinità di generi diversi. Non perché non li apprezzi, ma perché gli sarebbe impossibile applicarsi ad altro che alla propria visione del mondo e al suo personale modo di rappresentarla, alle proprie propensioni, precise e distinte fin dalla più giovane età e rivelatrici di una sensibilità unica, certo radicata nel passaggio tra l'infanzia e l'adolescenza, ma in modo specularmente opposto rispetto sia al sentimentalismo disneyano che alla nostalgia spielberghiana da infanzia perduta e perennemente rispolverata. Si rivela e si mantiene nel suo tratto ciò che dell'esperienza infantile in genere si rimuove da adulti, e cioè il senso della marginalità, dell'estraneità del mondo di fronte ai nostri occhi appena spalancati, dell'esclusione del bambino e dell'adolescente, della "mostruosità" come condizione diversa prima che come scelta, del non potersi esprimere che a segni e in particolare con il primo segno espressivo a disposizione di ogni bambino: il gesto del disegno.
«Non ero sicuro di saper disegnare» dice di sé. Eppure fin dal principio è stata la felicità del disegno, libero da sovrastrutture e modelli, a dischiudergli il mondo. Ciò non significa affatto che il suo talento sia rimasto imprigionato in forme amatoriali. Lo studio tecnico al fine di ottenere risultati estetici, per Burton non si è mai fermato alle esperienze scolastiche e professionali. Questi suoi lavori esposti rendono ragione di un processo creativo costante e complessivo di cui ogni singola opera è frammento. Il suo universo di forme metamorfiche è in continua espansione. La musealità non lo spaventa. Né sente il bisogno di irriderla come i cubisti o i surrealisti. È proprio la cimiterialità dei musei (tanto odiata dalle avanguardie) ad affascinarlo. «A Burbank», spiega «la città in cui sono cresciuto, la cultura dei musei non esisteva affatto. Solo da adolescente ho messo per la prima volta piede in un museo (che non fosse il museo delle cere di Hollywood). Passavo il tempo andando a vedere film di mostri, disegnando mentre guardavo la televisione, o giocando nel cimitero all'angolo. Più tardi, quando ho cominciato a frequentare i musei, sono rimasto colpito dal ritrovarvi un'atmosfera simile a quella dei cimiteri. Vi regna una calma insieme introspettiva ed elettrizzante: l'eccitazione, il mistero, la scoperta, la vita e la morte riunite nello stesso luogo». Ma si farebbe un torto a Burton se si considerasse la sua opera come cimiteriale, nel senso di decadente o tardo-gotica, perché ciò che sorprende e affascina visitando la sua mostra è la grazia, la levità, l'ironia, la sensibilità estrema, il gusto del gioco e perché no, la raffinatezza evoluta e in perenne evoluzione di quel punto di vista "infantile" che il senso comune tende a giudicare primitivo, ingenuo, immaturo e che è invece sorgivo, energetico e profondo. Rara testimonianza di arte non arte-fatta, nonostante la professionalità acquisita.
La mostra è stata organizzata dal MoMa di New York nel 2009 e ha girato a Melbourne, Toronto e Los Angeles, ma non è previsto un tour europeo. Parigi è l'unica città del nostro continente destinata a ospitarla, dunque se vi interessa vederla dovrete andare alla Cinémathéque e vi consiglio di acquistare i biglietti via Internet per evitare le code che nei giorni festivi comportano ore d'attesa, tanta è l'affluenza. Non portateci i bambini (ne ho visti persino in passeggino) perché non è Disneyland. E non abbiate timore di avvicinarvi alle opere, perché i dettagli si apprezzano da vicino, da molto vicino, non alla consueta rispettosa distanza con cui usa disporsi di fronte ai dipinti museali.

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TIM BURTON Mostra MoMa / La cinématéque française - Paris (dal 7 marzo al 5 agosto 2012)


(NOTA- Il dipinto di Tim Burton è un olio su tela 71,1 x 55,9 cm, Ragazza blu con vino, 1997)
 

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