[A] Dall'Agorà di ClubDante

Girolamo De Michele
Italia

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Le ragazze di Brindisi


20/05/2012

Mancavano solo le bombe vere, sulla scuola pubblica: e adesso sono arrivate anche quelle. In un paese – l'Italia – dove ogni giorno chiunque si sente autorizzato a parlar male della scuola; dove sulla coscienza morale e civile del paese, e sul diritto a un'istruzione e a una vita degne di essere vissute sono state tirate bombe di carta – leggi, decreti, riforme, articoli di giornali, dichiarazioni – pericolose e letali come armi vere; dove un giorno sì e uno no una donna viene assassinata; dove la crisi colpisce i soggetti più deboli – il 22% dei bambini italiani sono sulla soglia della povertà, o al di là di essa, e non hanno garanzia di un pasto quotidiano completo –, è stata fatta esplodere una bomba davanti a un Istituto professionale nel quale affluivano giovani studentesse provenienti dallo strato più povero della società.
A Brindisi, nel profondo sud: dove l'Italia finisce e comincia il mare. Nella città in cui arrivarono, dopo l'8 settembre, il re Vittorio Emanuele III e il suo erede Umberto, ultimi epigoni di «una oligarchia di profittatori e di egoisti», come li definì Sandro Pertini: più in là non c'era più terra dove scappare, e lì dovettero fermarsi. Un loro discendente canta e balla in televisione, mi dicono: pare continui a farsi chiamare "principe". Per gli abitanti della provincia di Brindisi, la città non è l'ultimo lembo di terra di una fuga, ma l'approdo dell'ultima speranza di sfuggire alla miseria: ogni mattina dagli autobus scendono centinaia di ragazze in cerca di istruzione e di un titolo professionale. È davanti a questa scuola, intitolata al magistrato Francesca Laura Morvillo Falcone, moglie di Giovanni Falcone e vittima anch'essa della strage di Capaci, che è esplosa una bomba facendo scempio della giovane vita di una studentessa, figlia di un operaio, appena scesa dalla corriera. Un istituto professionale femminile che «rappresenta l’ultima frontiera prima dell’abbandono scolastico, frequentato da ragazze che provengono da contesti disagiati», dice una professoressa, intitolato a una donna che non è rimasta a casa ad attendere alle faccende e al ritorno del marito dal lavoro, ma che ha messo in gioco la propria vita: «La nostra scuola, portandone il nome, ha inteso perpetuarne il ricordo, in nome della legalità e della fede nei più alti ideali di giustizia che ispirano la sua azione formativa rivolta alle nuove generazioni», si legge nel POF dell'Istituto. «Ne abbiamo fatto un baluardo di educazione e legalità», aggiunge la professoressa.
I POF (Piano dell'Offerta Formativa) sono una sorta di Costituzione delle scuole: talvolta sono in un linguaggio burocratico che avvolge con parole forbite il niente, a volte sono bauli che custodiscono vite, passioni, speranze: un presente che contiene il futuro. Il POF dell'Istituto Morvillo Falcone è un trattato di sociologia, ma anche un manifesto politico. Descrive una popolazione scolastica che proviene da strati sociali medio-bassi, da situazioni di precarietà o di emigrazione interna. Di un territorio il cui sviluppo è in ritardo, i cui dati occupazionali sono allarmanti. Di un disagio sociale che si ripercuote all’interno dei rapporti familiari. E assegna all’Istituto il compito, o l’ambizione, di «realizzazione del diritto ad apprendere e alla crescita educativa di tutti gli studenti».
Chi ha individuato le ragazze di questa scuola come bersaglio – non importa per quali motivazioni – ha colpito dei simboli: donne, studentesse, proletarie figlie di proletari. L'odio – quali che siano le motivazioni soggettive o politiche che lo ha mosso – si è focalizzato sul diritto a una vita degna di essere vissuta: sul diritto ad essere donne e cittadine, sul diritto ad essere meridionali e istruite, sul diritto ad essere di umile estrazione (come si diceva una volta) e avere un futuro diverso da quello delle proprie madri e dei propri padri.
Vorrei che tutti quelli che in questi anni hanno offeso, diffamato, ferito la scuola, e con essa il diritto al futuro, avessero il coraggio di venire davanti a questi cancelli, a questi muretti: che le signore e i signori à la page che, coccolate e coccolati dai grandi giornali, sostengono il diritto a non studiare, perché la scuola non dev'essere di tutti, ma solo dei migliori, lo dicessero a queste ragazze; che quell'insigne critico televisivo che ha criticato certe trasmissioni televisive definite «le sole eredi del maestro Manzi» – un maestro che faceva scuola in televisione, negli anni Sessanta – «le sole dove la noia viene scambiata per insegnamento», venisse a spiegare a queste ragazze quanto annoiano lo studio e l'insegnamento, e quante cose divertenti si potrebbero fare al loro posto; che venissero qui quei letterati laureati che disprezzano l'insegnamento nelle scuole tecniche e professionali, dove si creano oggetti invece di avere «come modello Orazio e Virgilio»; che coloro che hanno sputato e sputano su don Milani e la Scuola di Barbiana facessero un viaggio in corriera da Mesagne a Brindisi, per scoprire che i figli dei contadini illetterati a cui don Milani insegnava esistono ancora.
E, dopo essere venuti davanti a questa scuola, vorrei che tornassero a casa, dove li aspetta, in ingresso o nel bagno, uno specchio. Perché per sfuggire al giudizio degli altri un qualche angolo, nel mondo, lo si potrà sempre trovare: ma come si fa a sfuggire da sé stessi?

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