[A] Dall'Agorà di ClubDante

Pedro Angel Palou
Messico

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Povero Messico


24/07/2012

Carlos Fuentes diceva che la democrazia messicana era una democrazia adolescente. Io, invece, gli controbattevo che la nostra non era nemmeno una democrazia. È una partitocrazia. Una parodia dell'esercizio elettorale che permette di eleggere ogni sei anni il perpetuarsi del sistema politico e dei suoi attori, senza alcun cambiamento. Queste ultime elezioni hanno confermato la mia ipotesi. Le accuse secondo cui il candidato vincente (Enrique Peña Nieto, del PRI) avrebbe comprato una caterva di voti e la richiesta di annullare le elezioni da parte del candidato della sinistra (Andrés Manuel López Obrador, del PRD), che già nelle precedenti elezioni non aveva riconosciuto la propria sconfitta sono la farsa finale di un'operetta disgustosa. Di fatto in Messico tutti i partiti politici comprano voti e hanno enormi clientele politiche. Si direbbe che tutte le tare del nostro vecchio regime (quello che Vargas Llosa chiamò la dittatura perfetta) sono ancora vigenti nella nostra incipiente democrazia.

Le campagne elettorali possono essere delle montagne russe delle emozioni, polarizzare un paese, lasciare profonde cicatrici, dividere geograficamente una patria, provocare la rottura di amicizie. Non c'è modo di rimanere neutrali di fronte a un atto democratico che si trasforma in una definizione del Paese, in una presa di posizione personale e molte volte in un referendum politico. Nel corso di quest’ultima campagna, si sono sentite dappertutto forme diverse dello stesso stato d’animo. Si esprimevano in modi diversi: «Bisogna scegliere il male minore», «Nessuno dei candidati mi ha convinto», «Non ci sono vere idee», «Le campagne sono ciniche, retrograde» e altre simili lamentele a non finire. Per di più, siamo in campagna elettorale da anni: siamo stati in periodo elettorale da quando la democrazia si è stabilita nel nostro paese (se poi contiamo le elezioni per i governatori degli srtati e per i sindaci, stiamo sempre a eleggere qualcuno).

Le campagne, nei primi mesi, sembravano morte, lo scenario di una elezione annunciata con il trionfo anticipato (a causa del vantaggio assoluto di Enrique Peña Nieto nei sondaggi). Qualcosa di caldo l'aveva fornito l'errore del candidato al Salone del Libro di Guadalajara, dato che perlomeno twitter e i social network si aspettavano un candidato senza idee, che si sarebbe sgonfiato in fretta (cosa che non è successa: Peña Nieto ha dimostrato di essere un uomo preparato ed è cresciuto di fronte allo smacco; nemmeno nei dibattiti televisivi ha subito danni rilevanti).

Il movimento Yosoy132 ha dimostrato che c'era un modo per mobilitare socialmente una parte degli elettori. Credo che il suo errore sia stato quello di trasformarsi in antipeñista, poiché ciò gli ha tolto quella neutralità apolitica che ostentava. La sua partecipazione in questa disputa, tuttavia, può essere definita – e d'altronde lo si è fatto fino allo sfinimento – come storica, dato che è riuscito a risvegliare molti dei messicani dormienti, ha ridato tristemente vita al suo opposto (il movimento per il voto nullo) ed è riuscito a far dibattere tranquillamente tre dei candidati in un incontro che, sebbene abbia avuto molti problemi tecnici e di copertura, è stato rinfrescante (nonostante quel che si credeva, l'assenza di Peña Nieto non ha avuto conseguenze sulle preferenze elettorali, un fatto che di per se stesso è un interessante indice del carattere giovanile e limitato del movimento). Al di fuori di Città del Messico e dei social network, sembra che l'influenza del movimento Yosoy132 non sia molto decisiva. La sua richiesta di apertura democratica e dei media, tuttavia, è una questione aperta non soltanto per la nostra democrazia, ma anche per la nostra normalità politica.

Non credo che i sondaggi – tanto unanimi da essere preoccupanti – siano un indice del voto reale del 1° luglio. Insisto, la scelta si è ridotta tra Peña Nieto e López Obrador, dimostrando che l'incertezza continua a essere l'elemento centrale di una democrazia e il voto reale non è quello dei sondaggi, ma quello delle urne. Tuttavia sarebbe ingenuo pensare che nella sua campagna AMLO non abbia destato antipatia e timore (oltre, ovviamente, all'immedesimazione e alla solidarietà). Perché continua a esserci un tale rifiuto per un progetto alternativo di Paese? È il cambiamento stesso o il candidato? Me lo sono chiesto molte volte. Credo che siano entrambe le cose. Tutta la piccola borghesia benpensante, volendo chiamarla in qualche modo, pensa «...se il candidato fosse stato Ebrard», l’attuale governatore di Città del Messico emembro dello stesso partito di AMLO, il PRD, Il fantasma dell'occupazione del Paseo de la Reforma contestando i risultati delle scorse elezioni, l’ «al diavolo le istituzioni», è ancora lì, è vero.

Ciò che più mi intimorisce è un conservatorismo morale, il plebiscito dei diritti individuali. Non si possono sottomettere al voto o all'opinione pubblica dei diritti già acquisiti (il matrimonio tra persone dello stesso, o società di convivenza eufemistica, l'aborto, e altri diritti che, tra l'altro, soltanto il PRD è riuscito a inserire non solo nell'agenda ma tra le leggi, tra l'altro, in periodi in cui AMLO non era al governo). E l'ho detto a molti intellettuali ebrardistas: «Marcelo questa volta non è il candidato», però AMLO è stato intelligente a proporre come parte della propria piattaforma una squadra di lusso.

Quella che ne esce peggio è Josefina Vázquez Mota, la candidata del partito finora al governo, il PAN. La sua campagna è stata piena di errori. Voleva essere femminista, però ha venduto i favori sessuali delle donne che dice di rappresentare, non si è mai smarcata da Calderón e della scia dei morti della guerra contro il narco e non è stata neanche la leader del suo partito (non si è imposta alla nomenclatura del PAN, mentre il suo rivale Peña Nieto l’ha saputo fare con intelligenza). Il peccato di Josefina l'ha portata alla penitenza, dato che con un partito diviso non è riuscita nemmeno conservare lo zoccolo duro dell'elettorato. Credo che nelle elezioni la debacle del PAN (al di sotto del 20% del voto totale) può essere l'insegnamento più duro e complesso per un partito che non ha saputo governare il Paese e che si è sfaldato internamente (un'altra eredità di Calderón, lo smantellamento del PAN, che non fa bene al paese).

Sicuramente abbiamo bisogno di una socialdemocrazia moderna, di un parlamentarismo forte, con la possibilità di rieleggere certe cariche, di una vera riforma elettorale e politica che garantisca la possibilità di altre riforme strutturali e centrali per migliorare il Paese. Sembra che Enrique Peña difficilmente riuscirà a riconciliarci e, a partire dal suo insediamento (o meglio, da come gestirà la transizione), a dimostrarci che governerà per tutti, e in particolare per coloro che non l'hanno favorito con il loro voto. Ha dato prova, a quanto pare non solo mediatica, che gli interessa la conciliazione e che cercherà di togliersi di dosso il peso del passato autoritario del suo partito, ma si tratta di una sfida difficile. I ragazzi del movimento Yosoy132 sono stati assorbiti dalle organizzazioni della vecchia sinistra e si sono costituiti in un collettivo senza volto e senza programma, il cui fine principale sembra essere impedire che Peña Nieto arrivi al potere. Dubito molto che il Tribunal Electoral annullerà le elezioni (non l'ha fatto nel 2006 quando i sospetti di una frode erano maggiori). L'elettorato, dal canto suo, non ha dato carta bianca al PRI, il quale dovrà cercare consensi in parlamento se vuole realizzare le auspicate riforme che il Paese richiede come ossigeno.

Altrimenti continueremo a ucciderci per le strade per altri sei anni, fino a quando l'opera buffa del nostro presidenzialismo a buon mercato non ricomincerà a mettere in scena il suo tragicomico eterno ritorno.

 

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