[A] Dall'Agorà di ClubDante

Javier Sebastian
Spagna

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Io sono due sorelle bielorusse


28/07/2012

 

Siamo quel che diciamo, allo stesso modo in cui siamo quel lunghissimo silenzio che sopraggiunge dopo averlo detto. Anche se, alla fine, da qualche tempo a questa parte noi tutti siamo altro. Almeno, a me succede. Per esempio, io mi chiamo Julien Sorel. Appaio ne Il Rosso e il nero, di Stendhal. E mi chiamo anche Keith Tallent. Martin Amis mi perdoni, ma devo dire che il buon Amis ha finito per non raccontare alcune delle mie imprese. Sono Giorgio Manganelli, anche se è stato un autore, non un personaggio. Ha scritto Centuria. Cento piccoli romanzi fiume. Che bel libro. Sì, molte volte sono stato Manganelli. Il fatto è che, guardando una sua foto, uno finisce per convincersi che i suoi personaggi sono come lui stesso. Sono la spia Deza, di Javier Marías. E il maggiordomo Stevens, di Ishiguro. La lista è lunga. Sono perfino Lady D da quando ho letto una sua biografia, Diana in private, the princess nobody knows. Parola. Io sono tutti i personaggi delle cui vite ho letto qualcosa. Addirittura una volta sono andato a Comala a conoscere mio padre. Lo sapete, un certo Pedro Páramo. Sono il gran Vilas, che ha da poco pubblicato Gran Vilas. Naturalmente. In Francia dicono che è un chien fou. Sono tutti loro. Così, in sintesi, si potrebbe dire che nella maggior parte dei casi non sono del tutto me stesso, bensì una sovrapposizione di altri. Di fatto, e sebbene adesso lo stia facendo, non mi piace molto parlare di me stesso, perciò spesso non so bene di cosa parlo. Ho qui la prova che io non sono solito essere io, ma un altro: io che parlo di me. O, meglio, io che parlo di altri che sono. Sono anche i miei stessi personaggi. Sono Lucía Oltramare, di Historia del invierno. Sono il vedovo Maleus, seduto sulla porta della sua orologeria, mentre aspetta la moglie defunta.

Tuttavia, e sebbene non sia comune, devo ammettere che alle volte io sono io. E so quel che dico, perché è la pura verità. Per cinque anni mi sono chiamato Vasilij Nesterenko, il protagonista de Il ciclista di Cernobyl. E sono stato un fisico nucleare. E inoltre, senza complicare ulteriormente la cosa, sono stato reale. Per questo prima ho detto che alle volte io sono io. È così: un personaggio in carne e ossa, che è morto nel 2009, proprio quando stavo per andare a Minsk per conoscerlo. Adesso ogni notte ripercorro la città abbandonata di Pripjat', nel nord dell'Ucraina. Prima ci vivevano 50mila persone, adesso nessuno. Ho organizzato un ballo popolare a Pripiat' ed è venuta della gente strana. Laurentij Bachtiarov, interprete di musica leggera. Nastja, che piantava cipolle sulla tomba del genero elettricista. Aleksander Krupenkin, presidente dell'Associazione dei Dentisti di Gomel. Gente di questo tipo. Sì, io sono tutti loro contemporaneamente. Oppure, altrimenti, non sono nessuno. E poi, Vasilij Nesterenko ha avuto una macchina come la mia, una Volkswagen Passat, e dello stesso colore, “rosso tornado”. Spero ci crediate perché ho le foto: Vasilij Nesterenko nella sua Passat, io nella mia. L'unica differenza tra la sua macchina e quella che avevo io, è che la sua non l'ha mai lasciato a piedi. L'ho saputo perché me l'hanno detto le sorelle Zorina, Anna e Olga della Bielorussia, delle quali un giorno ho parlato in un articolo che si intitolava “Galline con la cresta nera”. Un amico si era complimentato: «Quanta immaginazione hai», mi disse. «Come si può vivere in questa Pripiat' radioattiva?». Non avevo voluto deluderlo. Olga Zorina mi ha inviato una bottiglia di vodka per Natale. E ancora la ringrazio: è un meraviglioso dettaglio da parte di un personaggio. Naturalmente, io sono anche le sorelle Zorina.

 

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