[A] Dall'Agorà di ClubDante

Eloy Urroz Kanan
Messico

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Divagazione madrilena con libri


09/08/2012

È incredibile la quantità di tempo che perdo a rispondere alle email al mattino, giusto quando mi sto mettendo a scrivere. Rispondere a mio fratello, ad esempio, è un'impresa ardua e difficile. Non dirò che è tediosa, dato che di fatto non lo è. Rispondere a mio fratello minore, che è furioso con me, può essere qualsiasi cosa meno che un'impresa semplice e tediosa. Rispondere con misura, tatto e prudenza (facendo continuamente congetture su come leggerà la mia mail, dall'altro lato dell'Atlantico), può trasformarsi, infine, in un lavoro più complesso e delicato che costruire un buon racconto fantastico di sei fogli. Rispondere, ad esempio, a Carlos, il mio ex cognato, è altrettanto arduo, difficile, e, in questo caso sì, un po' tedioso, dato che sinceramente non so se che diamine rispondere alla sua lunghissima mail piena di recriminazioni e rimproveri. Bene. Rispondere alle email quasi sempre mi distoglie dal mio lavoro di scrittore e per questo, suppongo, non scrivo tanto come vorrei e così passano i giorni e le notti, i lavori e giorni, le mail e le notti, e non se ne esce (o se ne esce molto poco) a eccezione delle maledette mail che placano odi e incomprensioni.

Tutto ciò senza considerare che mi costa davvero molto mettermi a scrivere, lo confesso: sempre di più, con gli anni, mi costa di più. Preferisco mangiare, bere, leggere, vedere film, ascoltare Sibelius e Bach; preferisco, per la farla breve, dannarmi meno la vita e star bene facendo il meno possibile. Ed è che, ve lo dico, ho sempre scritto, desidero farlo eccessivamente bene e questo, naturalmente, esige moltissimo. Alla fine generalmente desisto o scarabocchio giusto qualche linea o dei versi che riscrivo il giorno successivo, l'altro e l'altro ancora. È come uno che si oppone a parlare inglese o francese perché non vuole commettere un errore, un solo sbaglio (cioè, vuole che tutto sia sempre perfetto). Proprio adesso, ad esempio, ricordo il personaggio di Padura, il suo alter ego, in L'uomo che amava i cani. Da qualche parte confessa che gli piace molto mettersi a scrivere. Di fatto lo fa, sebbene tenga un lavoro abbastanza ingrato, confessa. La stessa cosa la diceva Camus. Perlomeno è ciò che racconta Simone de Beauvoir ne I mandarini, che ho finito di leggere poco tempo fa. Quante volte Camus non ha desiderato di smettere per sempre di scrivere, comprendendo la futilità di scarabocchiare delle linee, quante volte non ha abbandonato la penna e quante volte, alla fine, si è messo a scrivere nuovamente, pieno di inquietudine esistenziale per ciò che faceva? L'opposto di Sartre, l'opposto di Hemingway, l'opposto di Galdós, l'opposto di molti miei amici (Gerardo, Pedro, Jorge) che non sanno cosa significhi la parola blocco allo stesso modo che non sanno quel che significa la parola depressione o la parola fame. E non lo sanno semplicemente perché non l'hanno vissuto (quando qualcuno non ha provato una mutilazione gli costa molta fatica immaginarlo, è certo). In un modo o nell'altro, io volevo soltanto qui divagare in questa mattinata madrileña nella calle Colombia. Santiago Gamboa me l'ha chiesto. Se non me lo avesse chiesto, quasi non lo avrei fatto. Scriverò di ciò che più piace a quelli che scrivono: di libri. Ciononostante sarò superficiale (qualcosa che abomino) dato che è soltanto una divagazione con libri.

Ho letto Arrecife di Juan Villoro, in un colpo solo. Mi è piaciuto molto. È un esempio di prosa ben scritta, dall'umorismo raffinato (alle volte molto contorto), nella sua espressione più alta. Senza che la storia sia delle più interessanti, Arrecife riesce ad avere una trama gustosa: i Caraibi che si inventa Villoro, tra il nebuloso e il reale, tra l'apocalittico e il mafioso, convince, cattura. Il surplus dato dal uso autore fa sì che i Caraibi siano e non siano i Caraibi messicani. E funzionano ugualmente i suoi gringo malconci e quell'orda di malandrini che tormentano il racconto (il mio problema con la seconda parte di 2666 era proprio che il narratore gringo, un giornalista di colore, non sapeva un acca di spagnolo, ma pensava in inglese, parlava solo in inglese e tuttavia dovevamo leggerlo e seguirlo nello spagnolo che traduceva Bolaño per noi). Arrecife è un buon esempio del romanzo fantastico messicano con un'eccellente prosa e un intraducibile e caustico umorismo messicano.

Ho letto appena uscito La civilización del espectáculo. Il libricino mi è piaciuto molto. Soltanto che Vargas Llosa si sbaglia in una questione fondamentale, nucleo dell'argomento del primo capitolo, il perno del libro: attaccare l'umano desiderio di intrattenimento, l'infaticabile ricerca di sollazzo, di svago, di divertimento. Io credo che questo desiderio sia giusto, benigno, morale. È un diritto, o meglio è un obbligo quotidiano. Il problema non è l'intrattenimento tanto fustigato da Vargas Llosa, ma come la gente si intrattiene oggigiorno. E il peruviano non riesce a discernere o distinguere tra le due cose. Io, come Vargas Llosa, preferisco Bach a Shakira, preferisco Il conformista di Moravia a Cinquanta sfumature di grigio, preferisco David Lynch a Robert Rodríguez; tuttavia, a differenza di Vargas Llosa, riconosco che mi muove il puro desiderio (quasi istinto) di intrattenimento, la ricerca del piacere e svago che ognuno, naturalmente trova secondo la sua educazione, il suo criterio o le sue possibilità. Il problema di fondo non è il nostro edonismo (almeno non lo è per me), ma le disprezzabili forme che acquista l'edonismo in questa società dello spettacolo in cui viviamo. L'eruzione cutanea generata dal libretto di Vargas Llosa in alcuni dei miei amici è, senza che essi se ne rendano conto, il suo stoicismo letterario, o meglio il suo puritanesimo o dogmatismo, il libello apodittico in cui si trasforma a tratti, mischiando e confondendo il senso dell'attacco: da un lato fustiga (con ragione) l'effimero e il super light dello spettacolo contemporaneo della cultura e delle arti, però dall'altro fustiga l'edonismo proprio del consumatore di arte e cultura, questo homo ludens che ognuno di noi è o deve essere. Ed sta lì il suo errore, la crepa, la fastidiosa incomprensione che genera in molti lettori, sebbene, in tutta la sua feroce diatriba, non possa che essere più che d'accordo con lui.

Ho letto Una moglie a Parigi di Paula McLain. Che goduria addentrarsi nell'inglese pulito di questa autrice. L'attenzione e l'ingegno con cui sceglie le sue frasi, come si sommano, la razionalità e l'ordito con cui si tessono e soprattutto la sua devastante chiarezza. Vero corso di scrittura creativa, Una moglie a Parigi è un romanzo su Hemingway narrata da colei che era la sua prima sposa, Hadley Richardson, e racconta con la stessa prosa pulita, chiara e misurata di Hemingway. È come tornare a leggerlo però al femminile, grazie a una donna, attraverso una donna. Perfino nei passi meno interessanti (i suoi viaggi a Pamplona per guardare le corride di tori), McClain raggiunge un doppio proposito: conoscere, per prima cosa, il profilo di Hadley, e, poi, attraverso di essa conoscere meglio l'Hemingway di quegli anni. Non potrebbe, tuttavia, dirsi lo stesso di Forever is Over di Calvin Wade. Semplice e piacevole da leggere, però poco curata, alle volte scialba. Ciononostante, si tratta di un'opera di grande portata, impossibile da abbandonare, una commovente storia d'amore tra due sorelle inseparabili (entrambe innamorate dello stesso uomo). Un primo romanzo complesso, pieno di voci narrative contrapposte, che raccontano diverse versioni degli stessi fatti (l'assassinio della madre prevaricatrice da parte di una delle figlie, ad esempio) nell'arco di 25 anni, in cui, naturalmente, accade una moltitudine di sottotrame e ramificazioni legate a quella di questi tre personaggi principali. Una storia d'amore coronata dal cancro terminale di Richard, il personaggio centrale, il quale ha deciso, come colmo, di non dirlo a nessuno lungo 700 pagine di angoscia narrativa. Forever is Over (il titolo proviene, naturalmente, dalla canzone) è una scommessa sospesa nel tempo, una pletora di suspense narrativa, questione sommamente difficile da portare a compimento trattandosi di una storia d'amore della provincia inglese. Una prodezza che avrebbe realizzato con un buon editor e forse con 150 pagine in meno, un qualcosa di simile a Cuore di ghiaccio di Almudena Grandes. Meraviglioso affresco di passione, di tenerezza e di tragicità politica intrecciate, che pure avrebbe tratto giovamento con duecento pagine in meno. Questo, ciononostante, non toglie nemmeno un grammo di valore artistico a questi due grandi tramezzi letterari: ammiro la prodezza, la portata, il respiro, la volontà totalizzante di Grandes e di Wades. Sono di quelli che hanno sempre creduto (e qui suppongo di contraddirmi) che i sette volumi de À la recherche sono e devono essere sette volumi e che nulla avanzi o manchi a À la recherche, come nemmeno avanzi qualcosa a La Regenta. La natura del romanzo, a differenza del racconto, è la sua dismisura, le sue sbavature, i suoi avanzi, la sua inutilità, così come la vita stessa: satura di giorni e di notte in cui non succede nulla, piena di pomeriggi non memorabili.

Ho letto El impostor, de Pedro Ángel Palou, un eccellente romanzo sebbene alcuni di noi conoscano già la sequenza dei viaggi e delle peripezie paoline. Agile, divertente, leggera, El impostor per me ha il problema della verosimiglianza: risulta difficile immaginare San Paolo mentre dedica il resto della sua vita a una causa (il cristianesimo) in cui non crede e che desidera distruggere. Inimicare gli ebrei della sinagoga contro gli ebrei cristianizzati può avere senso in Palestina e ad Antiochia, però perché avrebbe senso cristianizzare “falsamente” i cittadini di Atene e di Corinto che non parlano né ebreo né aramaico, e non ha nemmeno mai sentito parlare di Gesù? Il libro di Palou è, nonostante questo dettaglio, un impressionante documento romanzesco. Le fonti a cui ha attinto sono innumerevoli, così come la conoscenza profonda di un'epoca che si è proposto di narrare duemila anni dopo.

Qualcosa di simile accade con La tejedora de sombras, de Jorge Volpi. Ancora una volta continua a essere impressionante il lavoro di ricerca che Volpi porta a capo (come al solito) in questo racconto di non-amore. Senza essere il mio libro preferito dei suoi, Volpi riesce, in trecento pagine, a imprimere un giro di vite alla storia d'amore dell'Occidente, quel che ha fatto con la nozione “fine dei tempi” nella magistrale El temperamento melancólico quindici anni fa: la fa a pezzi, la smantella, e ciò che puntava a essere una grande storia d'amore diviene la storia di una grande demenza, la demenza dell'amore dell'Occidente. E un po' peggio: alla demenza dell'amore, si dovrebbe aggiungere la demenza di Carl Gustav Jung che in La tejedoras de las sombras è tanto inverosimile quanto è pateticamente reale. E per sta lì la crepa: lo Jung descritto da Volpi è autentico, verificabile, storico, constatabile, e le sessioni analitiche realizzate con Christina Morgan, l'eroina del romanzo, lo sono anche, o lo furono. E tuttavia sono così reali, sono state così fedelmente documentate, che risultano discutibili per un romanzo. La tejedora de sombras è, come El impostor, uno straordinario romanzo storico, entrambe meritano di essere lette e discusse.

Un altro aspetto molto diverso, tuttavia, bolle in pentola con Justicia, il nuovo romanzo di Gerardo Laveaga. L'ho letto, come quello di Volpi, in bozza. Se si dovesse parlare di buoni tejedores de sombras politiche (e della corruzione del sistema giuridico messicano), si dovrebbe leggere Justicia, che si legge come Arrecife, in un colpo solo. Gerardo Laveaga è un narratore nato; scrive come parla e parla come narra. Sentirlo è leggerlo, leggerlo è sentirlo. E come parla? Laveaga è l'interlocutore più ameno che conosco; un tipo a cui non si vorrebbe mai smettere di sentire: gli aneddoti che sgrana, uno dopo l'altro, e alla fine hai solo due alternative al sentirlo: sbellicarsi dalle risa oppure inorridire per le storie reali che racconta senza pietà e freddamente. Sa raccontare. Conosce la sua storia. Sa ciò di cui parla. Ha calcolato ogni cosa a freddo. Crea un alone di aspettativa, te la fa sempre quando ti siedi a prendere un caffè con lui e te la fa anche quando ti siedi a leggerlo. Alla fine Laveaga è uno calcolatore e ameno. Justicia lo è: in questa occasione, tuttavia, non ridi. Inorridisci prendendo atto di quello sporco macchinario che è la giustizia in Messico. Chi desidera mantenere una visione più o meno edulcorata del sistema giuridico e penitenziario del mio paese, che non la legga. Chi non desidera sentire dalle sue labbra la furbesca realtà dei giudici messicani, i lucri, gli scambi, i richiami, le arbitrarietà e le fandonie, che non legga Justicia. Potrà andarsene a letto e dormirà bene. Per chi lo legge, gli pronostico un paio di notte di insonnia, un cattivo sapore in bocca e il desiderio di non visitare Città del Messico. Mi costa dire se preferisco El sueño de Inocencio, il suo romanzo anteriore, o questa faulkneriana Justicia.

Infine, menziono La cuerda del pozo di Armando Pereira. Un romanzo sulla Spagna contemporanea scritta da un coltissimo spagnolo messicanizzato che conosce, come nessun altro narratore attuale, il machiavellico artificio dell'elemento aggiunto. Ne La cuerda del pozo, il suo narratore, Armando Pereira (non Armando Pereira) arriva a Madrid per scrivere un libro su Ramiro de Maeztu e Federico García Lorca. In realtà , questo libro è già stato pubblicato diversi anni fa dal Fondo de Cultura Económica (e lo raccomando). Pereira il personaggio si infila quasi immediatamente in una bizzarra affare di sottane con una donna del paese che, devo dire, più che erotismo e piacere, risveglia in lui (e nel lettore) una profonda pena, nonostante la sua bellezza matura e intelligente. È la creazione di un ambiente straniato, una Madrid che assomiglia e non assomiglia a Madrid, dove Pereira raggiunge la sua quota più alta. È questo elemento aggiunto del luogo (come ha fatto Villoro in Arrecife con i Caraibi) che, alla fine, riesce a fare di Madrid un posto nuovo, nonostante continui a essere la Madrid di tutti. A ciò dovrei aggiungere un'altra virtù alla narrativa pereiriana: la sua acuta penetrazione psicologica mentre tratta e imposta i personaggi. Dico impostare con la precisa intenzione che ci sono personaggi (come, ad esempio, Eloy Urroz) che sembrano impostati in un romanzo di Pereira. E questo Eloy Urroz sono e non sono io, naturalmente. Leggendo La cuerda del pozo non potevo smettere di pensare a uno dei miei romanzi preferiti di Dostoevskij, Umiliati e offesi. Come il personaggio di Dostoevskij, il Pereira di Pereira deambula come un pazzo insonne per Madrid, va e viene in modo febbrile, mezzo malato, allucinato, dissezionando la sua storia familiare, di sua moglie, di sua figlia, di Maeztu, di Lorca, dei madrileños e delle due Spagne. La cuerda del pozo è il miglior romanzo messicano dell'anno. Pereira, Laveaga, Palou e Volpi, a parte essere i miei quattro migliori amici, sono i migliori narratori della loro generazione in Messico. Certo, dire che sono i miei quattro migliori amici, indebolisce questa affermazione, caro lettore di questa divagazione madrileña con libri. Bene, adesso sì, a rispondere alle mail.

 

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